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Fondi Ue per professionisti

In Puglia e Sardegna i bandi che consentiranno ai professionisti l’accesso ai fondi strutturali europei sono già sulla linea di partenza. In Calabria, Lazio, Lombardia e Marche dovrebbero essere sbloccati entro l’estate. Nelle altre regioni, invece, ci sono problemi (indagine di ItaliaOggi Sette alle pagg. 44 e 45). Il più importante sembra essere che, non essendo gli studi professionali iscritti alla Camera di commercio, non possono accedere a questo tipo di fondi. Una questione burocratica dietro la quale si nasconde però un problema di fondo. Quello dell’equiparazione tra professionisti e imprese. Solo accettando l’equivalenza, infatti, si renderebbero disponibili per gli studi numerose agevolazioni, e non solo di matrice europea, attualmente riservate alle pmi.

Fino a poco fa, la maggior parte degli ordini si opponeva strenuamente a questa definizione. Ma ora le cose stanno cambiando velocemente. Tanto che il 15 aprile si aprirà un tavolo tra i rappresentanti del ministero dello sviluppo economico e delle professioni, per cercare di chiarire questa equivalenza.

Il problema risale alle lenzuolate di Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco del 2006 con le quali, sulla base proprio della equiparazione tra professionisti e imprese, si cancellarono le tariffe professionali e si introdussero numerose regole ispirate a criteri di concorrenza. L’Antitrust negli anni successivi ha sostenuto in modo rigido questa linea, comminando sanzioni a diversi ordini che rifiutavano di adeguarsi a questa impostazioni. I primi ad essere colpiti furono i geologi che avevano messo a punto un tariffario di orientamento, non rispettando i dettami delle liberalizzazioni in nome del decoro professionale.

Seguì un contenzioso infinito che coinvolse Tar, Consiglio di stato, persino la Corte dei diritti dell’uomo. Obiettivo era quello di affermare che il decoro è un elemento da tenere in considerazione per valutare il giusto compenso del professionista. Nel frattempo l’Antitrust ha sanzionato anche gli ordini di notai e avvocati che rifiutavano di sottostare pienamente alle regole della concorrenza.

Dal punto di vista delle regole europee non ci sono dubbi: l’attività professionale è attività d’impresa.

Da poco i rappresentanti delle professioni italiane hanno cominciato a cambiare orientamento. Il punto di svolta è nel 2014, quando Confprofessioni, assieme al vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ottengono l’accesso dei professionisti ai fondi comunitari, proprio in forza della contestatissima equiparazione con l’attività d’impresa. Il Cup (Comitato unitario delle professioni), che rappresenta la maggior parte degli ordini professionali, non si entusiasma, ma nemmeno si sfila da quella che percepisce essere un’opportunità interessante per gli studi, pur continuando a sostenere che in molti casi la figura del professionista è molto più vicina a quella di un pubblico ufficiale. La partita è rilevante anche su altri fronti, come per esempio la possibilità per i dipendenti degli studi di beneficiare della cassa integrazione, un’opportunità prima ammessa, poi negata e poi ancora riconosciuta dal Consiglio di stato.

È evidente che si tratta di un percorso non semplice, che richiede in molti casi la disponibilità ad abbandonare abitudini mentali e rendite di posizione. Ma irreversibile. Dal quale, probabilmente, il mondo delle professioni ha molto da guadagnare, in termini di accesso a finanziamenti, opportunità, e tutele.

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