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Fondi Ue e nazionali fino a 87 miliardi per avviare il Recovery

Non saranno certamente le risorse finanziarie a frenare l’avvio del Recovery Plan: la benzina per decollare c’è e ce n’è in abbondanza, anche per una partenza sprint.

Ai circa 25 miliardi di anticipo della quota italiana del Recovery and Resilience Fund (RRF) che sarà accreditata direttamente da Bruxelles subito dopo l’approvazione del piano, quindi intorno ad agosto, si aggiungeranno i due meccanismi di finanziamento nazionale messi in campo dai governi italiani: il fondo complementare da 30,64 miliardi approvato venerdì scorso con decreto legge dal Cdm e finanziato da uno scostamento di circa cinque miliardi annui dal 2021 al 2026; e il fondo rotativo messo in piedi dal governo Conte con il comma 1037 della legge di bilancio 2021 che solo per quest’anno vale 32.766 milioni (nel triennio 2021-23 ne vale 117.657).

Il totale fa 87 miliardi abbondanti, se non ci saranno sorprese – in aggiunta o in sottrazione – dal decreto legge di venerdì scorso che per ora si è visto solo in bozze. Un totale di 87 miliardi pronto all’uso, anche se non è detto che tutte queste risorse a disposizione debbano essere utilizzate. Il fondo rotativo, in particolare, è un meccanismo che si riempie e si svuota in base alle necessità. Il Mef con questo strumento anticipa le risorse europee nel caso in cui ci sia tiraggio di cassa da parte dei progetti italiani approvati. Poi le risorse europee rientrano e il fondo si ricostituisce, buono per le altre necessità.

Anche sull’utilizzo del fondo complementare appena varato permane qualche incertezza. In particolare, bisognerà leggere il testo definitivo (e le relazioni) del decreto legge uscito dal Cdm per capire se i 30,64 miliardi messi a disposizione del fondo complementare, spalmati nei sei anni 2021-26 in termini di copertura, siano impegnabili tutti subito, come vorrebbe la logica di un piano che è una corsa contro il tempo e ha bisogno di spingere i progetti fin dal primo istante. Anche la parole del ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, a questo giornale, nell’intervista pubblicata il 1° maggio, vanno in questa direzione. «Da lunedì avremo a disposizione dieci miliardi del fondo complementare per avviare subito il Pnrr», ha detto Giovannini, riferendosi alla quota di sua competenza di quel fondo.

L’alternativa è che i 30,64 miliardi del fondo possano essere impegnati con un limite dato dalle tranche annuali. È una diatriba che aveva riguardato anche due antenati del fondo complementare, i fondi investimenti dei governi Renzi e Gentiloni. A lungo si è discusso se le risorse fossero tutte impegnabili, come sostenevano alcuni esponenti di governo, oppure solo nei limiti posti, anno per anno, dal fondo stesso.

Una norma di bilancio restrittiva, che limitasse non solo le spese effettive di cassa, ma anche la possibilità di impegnare le somme, cioè di programmare opere, progettare e appaltarle, abbasserebbe il totale delle risorse disponibili per il decollo a 60 miliardi circa. Comunque sufficienti per dare gas ai progetti del Recovery già in corso e cominciare ad avviare quelli pronti.

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