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«Fondi Ue, basta soldi alle sagre di paese»

Perché spendiamo poco e male i fondi strutturali europei?

«Le ragioni sono molte e la situazione è diversa da Regione a Regione — risponde Alessandro Laterza, vicepresidente della Confindustria con delega per il Sud ed esperto della materia —. Sicuramente la voce dove c’è una forte preoccupazione e delusione è quella delle infrastrutture, anche se prima il ministro Barca e ora Trigilia sono intervenuti nella giusta direzione. Ci sono poi alcuni programmi interregionali, come quello sugli “attrattori culturali”, dove si è fatto poco o nulla».

Che cosa non funziona se l’Italia finora, dei 50 miliardi a disposizione per il programma 2007-2013, ne ha spesi solo 20 con risultati alterni e rischia di perderne 5 a causa dei ritardi?

«Innanzitutto c’è una questione antica che pesa: si fa troppo ricorso ai fondi strutturali come spesa sostitutiva di spesa ordinaria, in particolare nel Sud, anziché come spesa aggiuntiva per promuovere lo sviluppo. C’è una sorta di gioco delle tre carte per cui i fondi europei che dovrebbero essere addizionali in realtà vanno a finanziare interventi ordinari che lo Stato non è in grado di assicurare. Inoltre ci trasciniamo un ritardo cronico per cui passiamo regolarmente i primi due anni di ogni ciclo di programmazione a spendere i soldi del ciclo precedente. E quindi per forza siamo agli ultimi posti in Europa per quota di fondi spesi. Eppure si tratterebbe di un’occasione da non perdere per tutto il Paese, perché ogni 100 euro spesi nel Mezzogiorno si genera una domanda aggiuntiva nel Centro-Nord di 40 euro».

Oltre ai ritardi ci sono gli sprechi. Com’è possibile che con i fondi europei si finanzino cose come la Sagra del castrato o la Festa dell’Uva o le hostess dei convegni?

«Se è per questo gli esempi sono tantissimi. E non solo nel Sud. Ci sono 30 mila euro andati alla Festa della marineria di La Spezia oppure i finanziamenti per il corso per tatuatori a Piombino o il corso per gli operatori della sicurezza delle sale da ballo a Modena. Purtroppo la qualità della spesa pubblica è un problema nazionale. La logica delle politiche locali è fatta di queste tristi liturgie di captazione del consenso che devono senza dubbio essere superate. Per fortuna, però, la quota di sprechi è minoritaria».

Ma se queste iniziative, per quanto discutibili, sono regolari, non è assurdo che invece per utilizzare i fondi europei per esempio per tagliare il cuneo fiscale sul lavoro si debba chiedere il permesso di Bruxelles?

«Se si riprogramma parte dei fondi, come deve fare l’Italia, cioè destinarli a impieghi più produttivi, è normale che ci voglia un via libera della Commissione europea, ma è confortante che gli orientamenti del commissario competente, Johannes Hahn, siano favorevoli a concentrare i fondi sugli interventi a sostegno del lavoro e dell’impresa. L’ostacolo non è tanto Bruxelles, ma l’eventuale mancanza di coordinamento e di unità di indirizzo tra lo Stato e le Regioni. Per questo Confindustria dice che è necessaria una Agenzia ad hoc che sostenga la concentrazione dei fondi sui grandi progetti infrastrutturali, che nel Sud sono la cenerentola d’Europa, e sugli interventi di politica industriale».

Perché Campania, Calabria e Sicilia hanno speso solo il 25-30% dei fondi?

«La Campania perché, pur avendo giustamente deciso di concentrarsi su poche grandi infrastrutture, paga l’incapacità tutta italiana di realizzare questi progetti rapidamente, a causa dei continui intoppi procedurali e burocratici. La Sicilia patisce la forte instabilità di governo della sua Regione negli ultimi anni. La Calabria la pervasività della criminalità organizzata e una crisi dell’economia che è più forte. Senza dimenticare il peso del patto di Stabilità interno che ci impone Bruxelles».

L’Agenzia nazionale per la coesione dovrebbe sostituirsi alle Regioni incapaci?

«Dovrebbe innanzitutto coordinare le politiche per arrivare in Europa con un programma ben definito su poche priorità. Confindustria insisterà per concentrare le risorse su cinque voci: infrastrutture, credito, investimenti, occupazione, opere immediatamente cantierabili nei comuni. Sia per spendere bene i 30 miliardi che restano del programma 2007-2013 sia per fare meglio col programma 2014-2020».

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