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I Fondi sovrani riscoprono l’Europa

MILANO.
Come per il capo villaggio dei Galli di Asterix, c’era il timore che il cielo precipitasse sulle loro teste. Ipotesi non così peregrina, visto che i due terzi degli investimenti sono originati dalla vendita di materie prime e che il 2015 si è chiuso con il prezzo del petrolio a ridosso dei minimi, attorno ai 35 dollari. Ma nonostante la tempesta perfetta nel settore dell’energia – e il rallentamento complessivo dell’economia globale – il mondo dei fondi sovrani ha retto. Per quanto la congiuntura sfavorevole si sia fatta sentire: l’anno scorso, gli investimenti complessivi in nuove operazioni si sono fermati a 48 miliardi di dollari, circa un terzo in meno rispetto ai dodici mesi precedenti. Ma più che di un ridimensionamento si è trattato di un adattamento darwinistico alle trasformazioni in corso: si è speso di meno, ma per un numero maggiore di operazioni, 186 in tutto (nessuna superiore ai 4 miliardi di dollari), con un aumento del 40 per cento rispetto al 2014. E il saldo è comunque positivo, visto che i disinvestimenti sono stati “solo” 25 miliardi, circa la metà degli investimenti aggiuntivi.
Sono alcuni dei numeri contenuti nel rapporto curato, come ogni anno, dal “Sovereign Investment Lab” dell’università Bocconi che viene presentato domani a Milano, non per nulla intitolato “The sky did not fall”. Che un po’ liberamente si può tradurre con un “alla fine il cielo non è venuto giù”. Da cui emerge che ogni crisi economica ha, comunque, il suo lato positivo. È il caso dell’Eurozona: grazie al deprezzamento della sua moneta, il Vecchio Continente è tornato a essere al centro degli interessi dei fondi sovrani. Anche se gli Stati Uniti rimangono al primo posto per valore degli investimenti, con 7,9 miliardi complessivi impiegati, i paesi europei nel loro insieme hanno raccolto il 33,8 per cento del totale deli investimento del 2015.
Del resto, di fronte a una diminuzione delle risorse da gestire, i fondi sovrani hanno dovuto cambiare strategie, come spiega il professor Bernardo Bortolotti direttore del Sovereign Investmente Lab: «Il mondo negli ultimi due anni è decisamente cambiato. L’economia mondiale ha ridotto notevolmente i suoi tassi di crescita, a cominciare dai paesi emergenti i cui mercati non riescono a sostenere i consumi interni. In in contesto simile si potevano temere contraccolpi. Invece questo non è avvenuto, perché hanno migliorato le loro gestioni e sanno individuare investimenti di lungo periodo. A soffrire del calo dei prezzi delle materie prime – conclude il suo ragionamento Bortolotti – sono quei paesi che non hanno trasferito i loro introiti a un fondo sovrano ma li hanno lasciato nelle banche centrali. In questo caso, come accaduto in Arabia Saudita e in Russia, i tassi di accumulazione delle riserve hanno iniziato a scendere e le conseguenze sono praticolarmente negative, come si è visto».
Una capacità di adattamento che i fondi sovrani hanno dimostrato, per esempio, riuscendo ad anticipare persino l’effetto “Brexit”: la quota di investimenti destinati al Regno Unito si è dimezzata nel corso degli ultimi dodici mesi, soprattutto per la riduzione delle operazioni nel settore immobiliare, visto che – soprattutto nell’area di Londra – il pericolo di una bolla è sempre più presente. Anche se, dopo il voto della settimana scorsa, i problemi sono ben altri.
Luca Pagani
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