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Fondi salva-Stati «cruciali» per la stabilità dell’Eurozona

I meccanismi europei Esm e Efsf, meglio conosciuti come fondi salva-Stati, hanno svolto finora un ruolo «cruciale» per preservare la stabilità finanziaria nella zona dell’euro. Hanno erogato già 200 miliardi circa a Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Cipro (in forma di prestiti e di bond) in cambio del rispetto di una «severa condizionalità». E ne hanno impegnati più o meno altri 100, di cui una sessantina in stand-by per le banche spagnole e una quarantina in via di trasferimento per concludere i programmi di Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro. Il successo e il compito chiave dell’Esm e dell’Efsf sono stati riaffermati ieri, con malcelata soddisfazione, da Jeroen Dijsselbloem, presidente del board dei governatori (nonchè presidente dell’Eurogruppo) e Klaus Regling, managing director, in occasione della presentazione e firma del bilancio 2012 dell’Esm.
I mercati però guardano avanti e la sfida dell’Esm in prospettiva è la difesa della stabilità dell’Eurozona con strumenti nuovi, più flessibili rispetto al “full bail-out”, e in situazioni in continua evoluzione. Il primo banco di prova è quello di Irlanda e Portogallo, due Paesi che dovranno essere accompagnati sulla via di uscita dal programma di aiuti Ue/Fmi.
In conferenza stampa, Dijsselbloem ha ricordato che la durata dei prestiti concessi a Irlanda e Portogallo è già stata estesa in media di circa 7 anni (alcuni prestiti sono stati allungati di 12 anni, altri di 3, per esempio). Questo intervento, con alcuni dettagli finalizzati ieri stesso, ha l’obiettivo di spalmare il rimborso dei finanziamenti su un arco temporale più lungo, evitando la concentrazione di pagamenti pesanti e ravvicinati. L’allungamento dei prestiti Esm/Efsf serve dunque ad ampliare gli spazi di manovra di Irlanda e Portogallo che hanno ricominciato a emettere nuovi titoli di Stato sui mercati: anche le date più ravvicinate sono ora disponibili per essere offerte nelle nuove aste pubbliche.
Quel che preme di più a Irlanda e Portogallo (due Stati con debito/Pil oltre il 120%), è ben altro, è il costo della raccolta e quindi la spesa per gli oneri degli interessi sul debito pubblico. I rendimenti dei titoli di Stato irlandesi e portoghesi sono risaliti di recente a causa della crescente preoccupazione degli investitori sulle incognite legate al quantitative easing e alle politiche monetarie non convenzionali: i mercati temono che il drenaggio della liquidità iniettata in eccesso dalla Federal Reserve, dalla Bce e dalla Banca del Giappone farà crollare i prezzi dei titoli di Stato, soprattutto quelli saliti artificialmente, o comunque con una bassa correlazione con la solidità dei fondamentali (crescita e conti pubblici). Per Irlanda e Portogallo l’ideale resta il tasso praticato dall’Efsf/Esm, che è molto basso perché, pur se aggiornato periodicamente, equivale in buona sostanza al costo medio del finanziamento dei fondi salva-Stati (rating AAA di Fitch e Aa1 di Moody’s) maggiorato di un piccolo premio.
La chiusura del programma di aiuto comporta quindi per Irlanda e Portogallo in automatico un aumento rilevante della spesa per interessi sul debito: per ammorbidire questo passaggio, i due Stati potrebbero richiedere all’Esm l’attivazione della linea di credito precauzionale. Su questo tema, il presidente Dijsselbloem non si è voluto sbilanciare in conferenza stampa, limitandosi ad affermare che gli Stati dell’Eurozona «sono pronti ad assistere gli Stati in uscita dai programmi (di full bail out, Ndr)», e che «strumenti alternativi di aiuto vengono tenuti in considerazione ma al momento a riguardo non è stata presa alcuna decisione». Se Irlanda e Portogallo dovessero richiedere la linea di credito precauzionale ECCL, con condizionalità ex-ante ed ex-post più leggera del bail-out, sarebbero comunque costretti a firmare un nuovo Memorandum of Understanding con la partecipazione – indesiderata – del Fondo monetario internazionale e di controlli intrusivi in stile troika. In cambio, l’Esm sarebbe pronto a entrare con acquisti fino al 50% dei titoli di Stato in asta, per calmierare i mercati e tenere bassi i rendimenti.

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