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Da fondi e risparmio la spinta alla crescita Le mosse del governo

I dati sulla crescita italiana nel primo trimestre hanno allontanato il timore di un brusco rallentamento dell’economia. Ma l’aumento del Prodotto interno lordo dello 0,3% resta modesto rispetto a un tasso di crescita quasi doppio segnato dalla zona euro.
Di fronte a questi dati, la domanda è a cosa stia pensando il governo per far accelerare l’economia. Qualsiasi decisione su eventuali tagli delle tasse diversi da quelli già programmati resta improbabile fino alla legge di stabilità.
Piuttosto, l’attenzione è spostata su quel “piano produttività” che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini aveva preannunciato a
Repubblica
due mesi fa.
LIBERALIZZAZIONI E JOBS ACT
Nelle intenzioni del governo, l’arrivo di Carlo Calenda al ministero dello Sviluppo economico potrebbe essere l’occasione giusta per rilanciare l’agenda sulle liberalizzazioni, magari già prima dell’estate. Sul fronte del mercato del lavoro, invece, il completamento del “Jobs Act” con una riforma della contrattazione che aumenti il peso delle negoziazioni aziendali resta al momento nelle mani di sindacati e imprenditori. Il governo, che si è riservato il diritto di intervenire ove le parti sociali non dovessero fare progressi, non sembra tuttavia intenzionato a muoversi almeno fino all’autunno e forse, sino a dopo il referendum sulla riforma costituzionale.
FINANZA PER LA CRESCITA
La strada più promettente individuata in questo momento riguarda le misure per convogliare il risparmio privato verso le aziende italiane. Il piano “finanza per la crescita”, anticipato dal ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, si propone di aiutare le piccole e medie imprese a crescere, superando il blocco di un sistema bancario gravato da centinaia di miliardi di crediti deteriorati e incapace di erogare a sufficienza nuovi prestiti verso le aziende più innovative.
Al momento, il piano sembrerebbe comporsi di quattro gambe. Una prima misura riguarderebbe proprio il mercato del credito e sarebbe rivolta a aumentare il ruolo dei fondi privati: questo permetterebbe di creare un canale di finanziamento alle aziende alternativo alle banche e, allo stesso tempo, di aiutare queste ultime ad alleggerire i loro bilanci cedendo crediti esistenti.
Secondo uno studio della Alternative Investment Management Association, appena il 36% dei fondi interpellati estende credito in Italia, contro un 76% del Regno Unito e un 48% per la Germania. Il governo è già intervenuto a riguardo con un provvedimento che chiariva come i fondi d’investimento possano erogare finanziamenti diretti esclusivamente a soggetti diversi dai consumatori, ma a detta di alcuni operatori la misura non sembra essere stata sufficiente per far partire questo mercato.
La seconda gamba è volta ad incentivare gli investimenti in start-up da parte di aziende quotate. Una misura allo studio sarebbe quella di permettere all’azienda sponsor di consolidare nel proprio bilancio il patrimonio e il debito della start-up in cui va a investire, purché la partecipazione sia sufficientemente ampia, per esempio il 20 per cento.
Il terzo punto riguarderebbe una riduzione della tassazione sui risparmi investiti direttamente nell’equity di piccole e medie imprese. Il provvedimento sarebbe tarato in modo da evitare di agevolare l’elusione fiscale da parte di alcuni lavoratori autonomi, che potrebbero utilizzare la misura in maniera fittizia per evitare di pagare in toto le loro tasse sul reddito. Infine, vi è un ragionamento sul risparmio gestito, che potrebbe ricevere delle agevolazioni fiscali, anche se questo aspetto è quello su cui c’è maggiore incertezza.
GLI OBIETTIVI
Nelle intenzioni del governo, il vantaggio di questi provvedimenti sarebbe duplice. Le aziende avrebbero accesso a nuovi finanziamenti che permetterebbero loro di investire e raggiungere le economie di scala necessarie per aumentare la loro produttività. Per i risparmiatori italiani, il provvedimento potrebbe aiutare a risolvere il problema legato alla politica monetaria ultra-espansiva della Bce, che ha spinto in basso i tassi sia sui depositi bancari, sia sui titoli di Stato.
Agevolare il flusso dei risparmi verso le aziende non vuol dire però necessariamente sbloccarlo. Dal lato della domanda, ci sono imprenditori che preferiscono non crescere pur di evitare di perdere il controllo sulla propria azienda. Dal lato dell’offerta, un ostacolo è la cultura spesso conservatrice da parte dei gestori di alcuni fondi pensione privati, riluttanti a diversificare i propri investimenti dai più sicuri titoli di Stato. Per quanto riguarda i risparmiatori retail, l’azzeramento degli investimenti nelle azioni e nelle obbligazioni subordinate in seguito al salvataggio di quattro banche alla fine dello scorso anno potrebbe limitare l’appetito al rischio.

Ferdinando Giugliano

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