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“Fondi per i giovani e bandi internazionali sette idee per salvare l’Italia della ricerca”

CARO direttore, un dato preoccupante molto discusso negli ultimi giorni riguarda i finanziamenti per la ricerca elargiti dallo European research council: su 30 ricercatori italiani che hanno ottenuto un Erc consolidator nel 2015 (un finanziamento molto prestigioso che può arrivare a due milioni di euro), ben 17 lavorano all’estero. Il numero di Erc consolidator in arrivo in Italia è invece zero; una situazione che va avanti dal 2007, il primo anno del programma. Questo disavanzo ha fatto perdere all’Italia, solo nel 2013-2015, più di 92 milioni di euro, e cioè l’equivalente di quello che nello stesso periodo ha destinato ai Prin (Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale).
I dati confermano un’evidenza drammatica: l’Italia ha smesso da tempo di puntare sulla ricerca. Perde molti dei suoi giovani più brillanti e sottofinanzia quelli che rimangono. Il disavanzo fra ricercatori in entrata e in uscita, che si protrae da numerosi anni, porterà a breve termine alla desertificazione accademica, con conseguenze disastrose e irreversibili per il Paese.
È un’ovvietà che l’Italia debba investire molti più soldi in ricerca, al fine di ricreare un terreno fertile il suo sviluppo. Alcune idee per farlo.
Non solo l’Erc ma anche vari Paesi europei riservano fondi per ricercatori giovani in termini di anni dal conseguimento del dottorato. Essi possono così evitare di competere con ricercatori che hanno un curriculum più robusto semplicemente perché sono più anziani.
Questi finanziamenti sono completamente diversi da quelli destinati alle posizioni precarie da ricercatore a tempo determinato o agli assegni di ricerca del sistema italiano poiché: le somme sono ingenti (fino a 1,5 milioni, o 2 per l’Europa) e destinate anche a stipendiare gruppi di ricercatori che lavoreranno con chi ottiene il finanziamento, generando così ulteriori posti; esse aiutano i giovani a ottenere ulteriori fondi in seguito; i progetti “con limite di anzianità” incentivano l’assunzione di giovani da parte dei dipartimenti che vogliano ottenere fondi; i fondi vengono banditi ogni anno, permettendo una pianificazione dell’attività progettuale.
I dipartimenti che riescano a dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi di ricerca dovrebbero aver diritto a fondi aggiuntivi oltre ai fondi strutturali e di base. I criteri per la loro distribuzione devono essere stabiliti con anni di anticipo, non ex post.
I fondi di ricerca non dovrebbero essere assegnati tutti direttamente alle università o ai gruppi di ricerca ma andrebbero, in misura cospicua, assegnati a progetto, con selezione effettuata da una commissione internazionale. Il compito di selezionare i progetti migliori dovrebbe essere affidato a un’Agenzia per la ricerca (sul modello della Nsf americana, della Dfg tedesca, della Nwo olandese, dell’Erc europea) o a un ente accreditato presso la Presidenza del Consiglio che abbia come scopo l’organizzazione dei bandi per i progetti e quindi la gestione dei fondi per la ricerca stanziati da tutti i ministeri competenti.
La scarsa mobilità di alcuni membri di una comunità scientifica porta alla sua atrofizzazione. Per incentivare la circolazione delle idee e rompere il meccanismo del “mettersi in fila per anni
aspettando un lavoro” proponiamo, seguendo il modello di diversi Paesi europei, che lo scatto di carriera più basso non possa essere effettuato nell’università di provenienza: l’entrata nel mondo della ricerca come ricercatore o professore associato deve avvenire in una sede diversa dalla propria alma mater.
Per evitare la fuga dei cervelli e attrarre ricercatori eccellenti dall’estero, l’Italia potrebbe proporre a tutti i ricercatori che concorrono per un Erc il finanziamento del progetto qualora questo ottenga il giudizio “eccellente ma non finanziabile per mancanza di fondi” (A2). Questa manovra, corrispondente a una cinquantina
di milioni di euro all’anno, sarebbe un incentivo per ricercatori brillanti, italiani e stranieri, a sviluppare il proprio progetto in Italia.
È cruciale che un numero ricorrente e ingente di assunzioni di prima fascia venga effettuato ogni anno. È inoltre necessario presentare ai ricercatori che vogliano lavorare in Italia un piano chiaro per gli avanzamenti di carriera: le modalità secondo cui essi possano avvenire devono essere chiare e stabili nel tempo.
Le manovre straordinarie di assunzione una tantum sono viceversa dannose: aumentano l’incertezza della posizione dei ricercatori precari e non permettono una seria pianificazione della ricerca.
È fondamentale che chiunque faccia domanda per un posto sia valutato dalla comunità internazionale che fa ricerca nel suo campo, nel rispetto dei suoi standard. I bandi vanno pubblicizzati il più possibile, su piattaforme internazionali e almeno in inglese (o nella lingua della disciplina).
È essenziale per la competitività dei giovani ricercatori a livello internazionale che i fondi loro assegnati siano realmente gestiti da loro. Vanno evitate situazioni in cui i più anziani strutturati di fatto controllino le risorse in questione.

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