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Fondi mai così prudenti dal 2001: liquidità record nei portafogli globali

Si attesta al 5,6% la quota di portafoglio che i grandi asset manager internazionali stanno oggi destinando alla liquidità. Il dato emerso dall’ultimo sondaggio tra i gestori condotto da Bank of America Merrill Lynch è il più alto dal 2001. Un termometro dell’avversione al rischio che caratterizza i mercati in questa fase. Ma anche un segnale per gli investitori cosiddetti “contrarian” (quelli cioè che in genere vanno in controtendenza sul mercato comprando in fasi ribassiste e vendendo in fasi rialziste) che è il momento giusto per comprare azioni. Almeno per quelli che vogliano seguire la cosiddetta “cash rule” indicata dagli analisti della banca americana secondo cui, quando il livello medio di liquidità dei gestori supera la soglia del 4,5% è il momento di comprare azioni mentre quando questa soglia scende sotto il 3,5% è il segnale che il momento di vendere. A giudicare dal recente andamento degli indici pare proprio che in molti stiano seguendo questo consiglio tornando a reinvestire l’enorme massa di liquidità rimasta parcheggiata sulle azioni. Le valutazioni d’altronde sono decisamente interessanti. Soprattutto quelle delle banche europee non a caso molto gettonate nelle giornate di “rimbalzo”. Stando alla banca dati S&P Capital IQ il valore di mercato dei 30 maggiori istituti di credito continentale è pari in media a 0.69 volte il loro patrimonio. Nettamente al di sotto della media storica dell’ultimo anno che si attesta a 0,88 volte.
Il rimbalzo di questi giorni può far sperare in un recupero più sostenuto e duraturo? È più probabile che quello in atto in questi giorni non sia altro che riposizionamento opportunistico per sfruttare il rimbalzo dopo i violenti crolli di inizio anno. Motivi per fare scommesse rischiose di medio-lungo periodo d’altronde non ce ne sono molti a giudicare dal contesto generale ancora fortemente incerto. Il 25% dei gestori che hanno partecipato al citato sondaggio di Bank of America Merrill Lynch si dice convinto che ci sarà un deterioramento degli utili delle società quotate nei prossimi 12 mesi e le aspettative sull’andamento dei profitti sono ai minimi da agosto del 2012. La quota di investitori che ritiene eccessivo il livello medio di leva finanziaria (cioè il rapporto tra debito e utili) è ai massimi dal 2009, l’anno dopo la crisi finanziaria globale. Sono in particolare i Paesi emergenti e le società petrolifere a destare maggiori timori in questo senso. Con un prezzo del greggio intorno ai 30 dollari al barile d’altronde è assai più dura far fronte alle scadenze. Il 23% dei partecipanti al sondaggio di BofA Merrill Lynch indica come principale rischio in questa fase proprio quello di un’ondata di insolvenze tra le società e i Paesi produttori di petrolio. Il primo fattore di rischio, indicato dal 27% degli intervistati, è invece quello di una recessione negli Stati Uniti. Fino a un mese fa questa eventualità non era neppure presa in considerazione dagli investitori che, più che degli Usa, sembravano preoccuparsi della Cina. Altra new entry è il cosiddetto “Quantitative failure”, cioè il rischio che le politiche monetarie espansive delle banche centrali si trasformino (se non lo hanno già fatto) in un boomerang per mercati ed economia. Il 16% dei gestori considera la crisi delle banche centrali il principale rischio con cui fare i conti oggi.

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