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Fondi La conversione dei private equity Italia in controtendenza Batte Parigi e Berlino Credito e industria, un rapporto da ripensare

L’Italia è ancora piccola nel panorama europeo degli investimenti — l’ottava in classifica per destinazione di risorse alle imprese dai fondi di private equity nel 2013, dicono gli ultimi dati Evca — ma può tornare a crescere. Se accadrà, sarà anche per via del viso bonario di Anne Margaret Glover, nominata giovedì scorso, al Symposium 2014 a Vienna, nuovo presidente dell’European venture capital and private equity association, l’associazione che raduna 700 fondi del settore. 
«Ho avuto un’esperienza personale molto positiva in Italia — dice —. Abbiamo concluso due operazioni con successo in aziende tecnologiche e ho intenzione di investirvi ancora. Esperienze come la nostra possono attrarre altri capitali nel Paese, riducendo il timore di un rischio Italia». Ex presidente della British Venture Capital Association, ex Apax e Bain a Boston e poi dirigente della Cummins Engine che fabbrica motori, Glover ha un master in direzione d’impresa a Yale e un altro in metallurgia al Clare college di Cambridge. Fa parte del comitato di Tecnologia del ministero dell’Industria inglese e sostituisce al vertice Evca George Anson. Viene dal venture capital, vocata all’investimento nelle nuove imprese.
Con il fondo Amadeus partners di cui è cofondatore e amministratore delegato, e a fianco fra gli altri di Montezemolo Partners, Glover è entrata nel 2010 nella romana Octo Telematics (soluzioni telematiche per le assicurazioni auto, otto compagnie clienti «di dimensione mondiale», dice il sito, espansione in Gran Bretagna, Germania, Canada, Sudafrica), rivendendola lo scorso febbraio per 405 milioni alla russa Renova; e poi nella Bellco, macchine per emodialisi, di Mirandola (100 milioni i ricavi 2012, 15 milioni il margine operativo lordo).
Far East nei fondi
«Il 62% della raccolta dei fondi di private equity in Europa sta arrivando dai Paesi d’Oltremare, come Cina e Australia — dice —. In parte è destinata anche all’Italia. Le Borse del Continente si stanno aprendo a nuove quotazioni: anche Borsa Italiana, con le attese Ipo (offerte pubbliche iniziali, ndr .). Questo attrae i fondi perché garantisce uno sbocco dalle aziende nelle quale hanno investito. La tendenza si è appena invertita».
L’interesse degli investitori, secondo Glover, è su digital media, tecnologie e quella che chiama la «regeneration economy —cioè —privatizzazioni, infrastrutture, centrali elettriche». Il pericolo di speculazioni? «Allontanato», sostiene la neopresidentessa dei fondi europei: «Stiamo generando valore nelle imprese, c’è uno spirito nuovo». La sua idea è che il private equity e il venture capital possano accompagnare la crescita di un’impresa anche per 20 anni, entrando da azionisti specializzati in ciascuna delle fasi: avvio, consolidamento, internazionalizzazione. «Bisogna procedere per passi, vendendo a un fondo sempre maggiore. Così il private equity aiuta l’impresa sul lungo periodo. Ma serve un mercato attrattivo e trasparente».
Un aiuto alla ripresa può venire dall’ultima scelta di Mario Draghi, il presidente della Bce, che il 5 giugno ha tagliato il tasso di riferimento al minimo storico dello 0,15%. Un intervento ben visto dal private equity, che ultimamente è stato chiamato a sostituire nell’erogazione del credito alle imprese le banche, che chiudevano i rubinetti. «Draghi ha fatto bene, così supporta le aziende che devono diventare globali — dice Glover —. Noi rivali delle banche? No, una riduzione del costo del credito farà bene a tutti». Più complicata la cooperazione con gli strumenti d’investimento industriale di Stato: «Noi l’abbiamo fatto, con Amadeus abbiamo investito con la British business bank — dice Glover —. Ma loro erano in minoranza».
Belpaese nel mirino
Secondo i dati Evca diffusi giovedì scorso, nel 2013 gli investimenti dei fondi di private equity e venture capital in aziende europee sono scesi da 36,8 a 35,7 miliardi. Ma l’Italia è in controtendenza: l’anno scorso rappresentava infatti il 4,3% del totale investimenti, con 1,538 miliardi. E’ l’ottavo posto, d’accordo, in una classifica guidata da Gran Bretagna (27%), Francia (18%), Germania (13,8%). Ed è anche meno della metà rispetto al 10% raggiunto nel 2008 (5,4 miliardi: quando anche i fondi erano diversi e la speculazione pesava di più). Ma è pur sempre una quota in aumento rispetto al risicato 3,6% registrato nel 2012. Anche sulla raccolta — cioè il fundraising, il denaro che i fondi sono riusciti a radunare da altri investitori, per investirlo poi nelle aziende: un indicatore quasi raddoppiato l’anno scorso in Europa, da 24,6 a 53,6 miliardi in Europa — l’Italia pesa un po’ di più: lo 0,9%, con 478 milioni raccolti, contro lo 0,8% del 2012. Infinitesimale, ma in crescita. «Italy is struggling», «l’Italia sta lottando», ha detto dal palco di Vienna il relatore Nenad Pacek, presidente di Global success advisors, consulente di multinazionali come Nestlé, Henkel, Cisco. Forse i risultati cominciano a vedersi.
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