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I fondi incassano 2,2 miliardi nel 2019 Per i private equity ritorni a due cifre

Il private equity resta tra le «asset class» migliori in termini di rendimento per i suoi sottoscrittori. In base a un’analisi di Kpmg su un campione significativo di operazioni in Italia, nel 2019 i rendimenti lordi dei fondi di private equity e venture capital (cioè il cosiddetto Irr lordo aggregato) sono stati, in media, pari al 21,3 per cento.

Si tratta di un risultato record per i private equity, in netto aumento rispetto al rendimento dell’anno precedente, pari al 16,9%. Era da ben 12 anni che non si registravano livelli di rendimento così elevati.

I risultati emergono dalla periodica rilevazione realizzata da Kpmg in collaborazione con Aifi e si basa sull’analisi del rendimento lordo di 56 operazioni di disinvestimento registrate nel 2019, che hanno determinato un controvalore incassato dai private equity pari a circa 2,2 miliardi di euro.

C’è da dire che il 2019 è stato un anno deludente per le fusioni e acquisizioni (con controvalore per 37,8 miliardi), dove tuttavia le transazioni dei fondi hanno portato un contributo rilevante. Ora si guarda al 2020, anno dove complice la pandemia e la correlata crisi economica, anche il private equity dovrà probabilmente soffrire con un calo del numero di transazioni nell’anno e conseguenze probabili anche sul valore delle aziende. I portafogli delle partecipate dei fondi (basta pensare alle aziende attive nel retail o nel lusso) stanno soffrendo in questi mesi a causa della pandemia. Anche i rendimenti nel 2020 potrebbero quindi essere colpiti. Così una ripresa più robusta, secondo gli addetti ai lavori, è prevista ad inizio 2021.

In ogni caso, al momento, le Sgr si possono consolare con la buona performance del 2019 determinata dai rendimenti positivi della maggioranza delle operazioni monitorate. Si tratta di transazioni su azienderimaste nel portafoglio dei fondi per meno di 5 anni (nel 43% dei casi). In media, le operazioni più redditizie fanno riferimento ad una permanenza media nel portafoglio dei private equity da 2 a 5 anni.

L’altro elemento che ha pesato positivamente sulla redditività è stato il minor impatto delle svalutazioni (cioè i cosiddetti write off) sia totali (come svalutazione del 100% del valore dell’investimento) sia parziali (cioè la svalutazione pari ad almeno l’80%). Infatti, nel 2019 le svalutazioni totali sono state solo 8, in diminuzione rispetto alle 24 registrate nel corso del 2018. Per Max Fiani, partner Kpmg e autore dell’analisi «il mercato italiano si conferma remunerativo per i private equity. Lo scorso anno abbiamo visto buoni rendimenti su tutte le classi dimensionali, sia grandi operazioni sia mid market. Guardando al 2020, vediamo un mercato attendista dove c’è spesso una grande divergenza tra domanda e offerta. Ci aspettiamo operazioni di taglio medio piccolo ed un approccio più selettivo sia nella fase di investimento sia di uscita». Le operazioni di management buyout, quelle su aziende di maggiori dimensioni, rimangono la tipologia di operazione con rendimento più elevato. Sono state 24 operazioni con rendimento lordo pari al 22,3%.

Nel 2019 i disinvestimenti con rendimento “outstanding” ovvero superiore al 50%, sono invece diminuiti: sono stati solo 5 nel 2019 rispetto ai 7 del 2018, a dimostrazione di una distribuzione più equilibrata della redditività. La categoria di operazioni “early stage” che riguarda gli investimenti dei venture capital nelle start up, storicamente interessata da elevata volatilità, nel 2019 ha registrato una redditività media pari al 14,8%, dato positivo per il quarto anno consecutivo. Si stima infine che nel decennio 2010-2019 gli operatori di private equity abbiano investito complessivamente circa 27 miliardi in Italia.

«Nel settore del private equity continua il trend positivo sulla redditività, segno che il settore, in Italia, si sta consolidando anche se resta ancora troppo piccolo rispetto alle potenzialità che il mercato nazionale offre» afferma Innocenzo Cipolletta presidente di Aifi. «Il mercato deve infatti ancora crescere, soprattutto nella raccolta, così da determinare una moltiplicazione delle operazioni» conclude Cipolletta.

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