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Ma per avere i fondi europei Roma deve correre

Un sentimento contrastante. Da un lato l’ottimismo e la fiducia verso l’Italia che crescono insieme all’ipotesi di un governo guidato da Mario Draghi, possibilmente sorretto da una maggioranza solida. Dall’altra la consapevolezza che Roma non ha più tempo da perdere: se vuole incassare subito, già in estate, i primi soldi del Recovery Fund, deve correre. Già, perché intorno al 20 febbraio la Commissione europea aprirà alle notifiche formali dei piani nazionali per accedere ai finanziamenti straordinari. Per ottenere il via libera, al netto da eventuali problemi, ci vorranno almeno tre mesi: due per le valutazioni di Bruxelles e uno per quelle delle capitali. E se l’Italia vorrà incassare già a giugno l’acconto pari al 13% dei 209 miliardi riservatele dal Recovery, serve un governo che concluda il piano in tempi rapidi.
Il Recovery italiano è da settimane al centro delle preoccupazioni delle istituzioni europee e dei partner. Per il ritardo con cui il governo Conte lo stava elaborando e per i suoi contenuti. Lo stesso Commissario europeo Paolo Gentiloni a inizio gennaio non aveva fatto mistero che il programma tricolore andava “rafforzato”. Al centro dei timori di Bruxelles la vaghezza dei progetti, l’assenza di procedure speciali per snellire i tempi amministrativi per favorirne la realizzazione, le scarse indicazioni sulle riforme necessarie ad ottenere i fondi Ue.
La prossima settimana il Parlamento europeo approverà la “Recovery and Resilience Facility”, ovvero lo strumento tecnico che farà nascere il fondo Ue da 750 miliardi. Il 16 febbraio toccherà ai ministri delle Finanze (Ecofin) approvarlo definitivamente. Dopodiché giusto i tempi tecnici per la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della Ue dell’”Rrf”, qualche giorno appena, e i governi potranno avviare le notifiche.
Dunque il compito del nuovo governo non è dei più facili, visto che dovrà completare il piano a tempo di record e inserire a corredo le riforme che la Ue ci raccomanda da anni, indicandone tempi di realizzazione e impatto. Le maggiori riguardano: giustizia, Pubblica amministrazione, fisco e pensioni (quantomeno con l’estinzione di quota 100). Misure strutturali giudicate necessarie a migliorare l’ambiente per il business, a liberare il potenziale di crescita dell’Italia, stabilmente in fondo alla classifica della zona euro, e ridurre il debito.
Tutti questi elementi serviranno a far approvare il piano. Ma Bruxelles da settimane chiede di più all’Italia, tra i paesi storicamente con le peggiori performance per l’assorbimento dei tradizionali fondi europei. I soldi del Recovery dopo il primo acconto del 13% verranno sborsati a tranche semestrali previo controllo del rispetto della roadmap su opere, investimenti e riforme. Per evitare che Roma perda le tranche perché troppo lenta nella realizzazione del piano, la Commissione europea “consiglia” di introdurre procedure speciali che rendano più snelli i vari passaggi burocratici e amministrativi per l’attuazione del piano. Un’altra sfida pressante che attende il prossimo governo.
A Bruxelles c’è un ultimo timore, ma a questo punto più sfumato rispetto ai giorni scorsi. Affinché la Commissione Ue possa andare sui mercati a raccogliere i 750 miliardi del Next Generation Eu con gli Eurobond, è necessario che i parlamenti nazionali ratifichino il Recovery. E affinché l’Eurogoverno possa iniziare i primi pagamenti a giugno, è vitale che le ratifiche arrivino entro aprile. L’Italia ha inserito la ratifica nel Milleproroghe di fine dicembre, che va convertito entro fine febbraio. Nei momenti più cupi della crisi di governo, in Europa si è temuto che un eventuale voto anticipato in Italia potesse far saltare la ratifica. Bloccando per mesi la partenza del Recovery per tutta Europa. Un paradosso, visto che l’Italia è il primo beneficiario del piano.
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