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Fondi europei più vincolati alle riforme

La tempistica rimane incerta, il risultato finale anche, ma l’idea che sia giunto il momento di rafforzare ulteriormente l’assetto della zona euro ha messo radici. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione così come le perduranti incertezze economiche in molti paesi sono fattori che hanno convinto i governi della moneta unica a riflettere su una maggiore integrazione. Le piste sono numerose. Deludendo i più federalisti, la strada intergovernativa sembra prevalere, almeno in questo momento.
In una tradizionale riunione informale dopo la pausa estiva, i ministri delle Finanze discuteranno a Tallinn la settimana prossima proprio di un rafforzamento della zona euro. La presidenza estone dell’Unione ha preparato una breve relazione che ha appena distribuito ai Ventotto, e in cui mette l’accento sulla necessità di migliorare la convergenza economica tra i paesi membri. In questo senso, cavalca l’idea di condizionare fondi europei all’adozione di riforme economiche.
«I programmi finanziati dall’Unione sono già caratterizzati da accorgimenti che sostengono il processo di convergenza», si legge nella relazione che verrà discussa venerdì prossimo dai ministri. «Una componente relativa alle riforme strutturali è stata aggiunta in occasione di una recente revisione. Tuttavia, il legame (tra finanziamenti e riforme, ndr) potrebbe essere più pronunciato e i fondi potrebbero essere legati in modo più esclusivo all’agenda delle riforme».
«Nell’ottica di un rafforzamento della condizionalità, legando l’aspetto finanziario con le necessarie riforme e la loro adozione, elementi più stringenti inseriti nei diversi strumenti (tassi di confinanziamento, eventuali bonus, delimitazioni precise) sono sulla lista delle opzioni a disposizione», spiega ancora il governo estone. Secondo Tallinn, questa strategia permetterebbe tra le altre cose di concentrare l’uso dei fondi strutturali e d’investimento all’adozione di riforme economiche.
Nella stessa relazione, la presidenza estone propone ai ministri di discutere eventuali strumenti di stabilizzazione dell’economia. Tra le ipotesi presentate nei mesi scorsi, anche dalla Commissione europea, vi è l’idea di creare sussidi europei di disoccupazione e un fondo da utilizzare per aiutare l’economia nei momenti di frenata del ciclo. La presidenza estone appare cauta sull’ipotesi di un bilancio della zona euro, notando tra le altre cose «le sfide relative al finanziamento» di tale strumento.
L’idea di condizionare l’uso dei fondi europei all’effettiva adozione di riforme strutturali circola da tempo. Piace poco ai paesi che fanno grande uso di fondi europei e sono in ritardo nel modernizzare la loro economia, come l’Italia. Temono di perdere margine di manovra in politica economica. Inoltre, la relazione del governo estone apparirà probabilmente prudente agli occhi degli osservatori più federalisti, anche perché l’ottica sembra essere soprattutto intergovernativa.
D’altro canto, se la necessità di riformare la zona euro fa ormai l’unanimità tra i paesi della moneta unica, le differenze nazionali restano evidenti. Mentre la Germania suggerisce di trasformare il Meccanismo europeo di Stabilità (Esm) in un Fondo monetario europeo a cui affidare la sorveglianza intergovernativa dei bilanci comunitari attualmente nelle mani della Commissione europea, la Francia e l’Italia puntano a creare un bilancio della zona euro.
L’idea tedesca è interpretata da alcuni come il tentativo della Germania di controllare meglio le politiche economiche nazionali, dopo che Bruxelles si è dimostrata troppo discrezionale. Il dibattito sul futuro della zona euro è aperto, e l’esito delle trattative è incerto.
Il prossimo incontro ministeriale di Tallinn servirà a fare emergere le differenti posizioni. Intanto, nota un alto funzionario europeo: «Il rischio è che nel riformare la zona euro si persegua la strada intergovernativa, e non quella comunitaria».

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