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Fondi esteri più attivi in Italia

I fondi esteri non hanno abbandonato Piazza Affari. Nella stagione assembleare che si è appena conclusa due terzi degli investitori internazionali presenti nelle principali società della penisola hanno incrementato la loro partecipazione rispetto al 2011, nonostante l’aumentato «rischio Italia». Lo attestano i dati dello studio legale Trevisan cui normalmente i gestori esteri si rivolgono per conferire deleghe ed istruzioni di voto ai meeting societari. È un campione rappresentativo delle 30-40 società che contano a Piazza affari i cui brand sono conosciuti a livello internazionale e dove pertanto si rivolgono le attenzioni degli «esteri». Oggi l’andamento dell’ultima stagione assembleare e i comportamenti degli investitori istituzionali saranno al centro anche di un seminario promosso all’università Luiss di Roma dalla fondazione Bruno Visentini e da Georgeson (società di proxy advisor).
«Sì, l’interesse non è venuto meno» commenta lo stesso Dario Trevisan. «È interessante notare le caratteristiche di questi soggetti: non detengono quote di controllo né sono interessati ad averle. Al contempo partecipano attivamente alla vita societaria e le loro scelte premiano le quotate dove gli equilibri sono più contendibili e dove pertanto possono pesare maggiormente con il loro voto». Se in Telecom i fondi esteri votassero all’unisono (con il 24,23% di partecipazione complessiva) disputerebbero a Telco il controllo della società. La loro quota raggiunge un quarto del capitale sociale di Eni e Unicredit e, addirittura, si avvicina alla metà (47,58%) in Prysmian. In Generali sono il secondo azionista dopo Mediobanca. Tutto questo, per Trevisan, costituisce un’indicazione per la piazza finanziaria italiana. «Sono profondamente convinto che una meno asfissiate attenzione al controllo societario – che spesso caratterizza i nostri emittenti – porterebbe con sé più quotazioni e maggiore presenza di investitori esteri».
Da un anno all’altro cambiano naturalmente le preferenze. Nel 2012 la partecipazione dei fondi esteri è salita, tra l’altro, in Fiat, Lottomatica, Prysmian, Azimut e scesa, invece, in Finmeccanica, Mediaset ed Autogrill. Nella grande maggioranza i gestori stranieri votano a favore del bilancio ma si mostrano più selettivi sulle politiche di remunerazione aziendali. In Unicredit, ad esempio, il 50% dei fondi ha bocciato la delibera sulla remunerazione al cda. «Normalmente manifestano insofferenza quando, per ragioni diverse, le proposte di delibera sono non sono rese note per tempo. In quel caso, spesso, votano contro». Nelle scelte degli amministratori anche nel 2012 i fondi esteri «hanno, in prevalenza sostenuto le liste proposte da Assogestioni che in molti casi hanno potuto essere presentate soltanto grazie all’appoggio dei fondi internazionali». La specificità tutta italiana del voto per lista inizia ad entrare nelle loro abitudini. «In precedenza i fondi votavano i candidati proposti dall’azionista di maggioranza: oggi non è più così». Anche questo, però, è un dato che va decifrato. Più la società assume le caratteristiche di una pubblic company più gli azionisti esteri tendono a sostenere quei manager cui attribuiscono la sua fortuna. Si spiega così, ad esempio, perché in Prysmian, forse l’unica vera pubblic company di Piazza Affari, i fondi esteri abbiano sostenuto in forze i candidati proposti dal cda scartando invece quelli di Assogestioni.

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