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Fondi di solidarietà, paracadute per 5,6 milioni

Un binario parallelo alla cassa integrazione, che offrirà un paracadute a 5,6 milioni di lavoratori in caso di stand-by dell’attività o riduzione dell’orario nelle aziende escluse dall’alveo della Cig ordinaria o straordinaria. 
Sulla carta il sistema dei fondi di solidarietà esce “rafforzato” dalla riforma degli ammortizzatori sociali prevista dal Jobs act e varata nel decreto legislativo del 4 settembre scorso (in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale). L’impianto resta quello disegnato dalla legge Fornero del 2012 ma viene allargato il raggio d’azione: da gennaio l’obbligo di contribuire ai fondi è infatti esteso ai datori che occupano più di 5 dipendenti e non rientrano nella cassa integrazione. Entrano così in gioco circa 150mila nuove imprese per 1,3 milioni di lavoratori, rispetto alla platea precedente, limitata alle aziende dai 16 addetti in su.
Il nuovo meccanismo – secondo le stime dei tecnici del ministero del Lavoro – dal 2016 coprirà circa 600mila imprese e 5,6 milioni di dipendenti. Un insieme più nutrito di quello ”assicurato” dalla cassa integrazione, che totalizza circa 360mila aziende e 5,1 milioni di lavoratori.
L’obiettivo dichiarato è uscire dal sistema degli ammortizzatori sociali in deroga – che dal 2008 si è allargato a dismisura per “tamponare” la crisi economica delle piccole realtà aziendali – ed evitare lungaggini e continue necessità di rifinanziamenti pubblici. Ma anche rimediare al flop del meccanismo previsto dalla legge Fornero, mai andato a regime.
Ma come funzionerà il sistema al debutto da gennaio? Il bacino di partenza è rappresentato da aziende e lavoratori iscritti ai fondi bilaterali “di settore” già esistenti – una decina – e da quelli che fanno capo al fondo residuale creato presso il ministero del Lavoro. Nel primo caso – la platea è di circa 400mila aziende e 2 milioni di lavoratori – i fondi dovranno essere estesi ai datori che occupano in media più di 5 addetti e andranno rivisti gli statuti per adeguare in primis la misura dei contributi da versare.
«Il negoziato con i sindacati è aperto – evidenziano da Confartigianato – con l’obiettivo di rispettare la scadenza del 31 dicembre». Quello dell’artigianato è, insieme a quello della somministrazione, un fondo bilaterale “alternativo”, frutto dell’adeguamento di uno strumento già esistente alla nuova disciplina e rivolto a tutti i dipendenti delle imprese artigiane (anche con meno di 16 addetti) che applicano contratti collettivi siglati tra le parti che hanno dato vita al fondo.
I settori scoperti dovranno creare i propri fondi nell’arco del 2015: se no, le imprese saranno “calamitate” dal fondo di integrazione salariale (Fis) dal 1° gennaio 2016. Quest’ultimo è la riedizione, corretta, del fondo di solidarietà residuale della Fornero – costituito presso l’Inps per le imprese di oltre 15 addetti, appartenenti ai settori per i quali le parti sociali non abbiano creato un fondo di solidarietà bilaterale – non ancora operativo nonostante i datori di lavoro iscritti (circa 53mila per 2,3 milioni di lavoratori) versino i contributi dal 2014. Anche il Fis sarà esteso alle imprese dai 6 dipendenti in su.
Questo sistema nel corso del 2016 manderà in soffitta da un lato i contratti di solidarietà di tipo B (per le aziende escluse dalla Cig) e dall’altro la cassa in deroga.
Due le ciambelle di salvataggio lanciate dai fondi ai lavoratori in caso di “crisi” aziendale: un assegno di solidarietà (massimo 12 mesi; per i datori fino a 15 dipendenti richiedibile dal 1° luglio 2016) e l’ulteriore assegno ordinario (massimo 26 settimane).
Sull’altro versante, però, si prospetta un aumento dei costi a carico delle imprese, mentre nel sistema della Cig in deroga gli oneri ricadevano sulla fiscalità generale: contributi ordinari di almeno lo 0,45% (divisi tra datore e lavoratore); quota addizionale fino al 4% delle retribuzioni perse, in caso di utilizzo degli ammortizzatori per fronteggiare sospensioni o riduzioni dell’attività; mancato pagamento dei sussidi in caso di “incapienza” dei fondi e comunque entro specifici massimali.
Costi che aumentano anche rispetto alla precedente disciplina dei fondi. Facendo l’esempio di un’azienda del terziario con 17 dipendenti iscritta al fondo residuale, per stipendi annui lordi di 360mila euro, il costo a carico del datore passa dallo 0,33% allo 0,44% (+360 euro, si veda l’infografica a lato) e in caso di utilizzo dell’ammortizzatore il costo dei contributi aggiuntivi sale dal 3% al 4% dei salari persi.
«È positivo che i nuovi ammortizzatori siano stati pensati tenendo conto dei diversi settori e dimensioni di impresa», commentano da Confcommercio. «Inoltre, il fondo di integrazione salariale avrà una forte connotazione sul terziario, visto che insieme alle imprese da 6 a 50 dipendenti per il commercio, coprirà anche quelle dei servizi sempre a partire da 6 addetti. Per questo abbiamo chiesto che venga chiarita la possibilità che, qualora in futuro questo fondo presenti avanzi positivi pluriennali, i contributi possano ridursi, stabilendo così il corretto principio del rapporto tra prestazioni e costo del lavoro». Mentre da Confprofessioni arriva un’altra proposta: «Esentare i datori di lavoro, che occupano da 6 a 15 lavoratori, dal contributo addizionale destinato al fondo di integrazione salariale, qualora nel settore di riferimento esista un ente bilaterale che garantisca comunque una forma di sostegno al reddito» sottolinea il presidente Gaetano Stella.

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