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Fondi attivisti sfidano Bolloré su Vivendi

La Francia sembra essere diventata la piazza azionaria preferita in Europa per le incursioni dei fondi attivisti anglosassoni. Tra gli analisti, c’è chi sostiene che il motivo vada cercato nell’arretratezza della corporate governance di molte società quotate a Parigi. Alcune dinastie imprenditoriali, secondo questa teoria in Francia più che altrove, pensano tuttora di gestire in modo padronale aziende che ormai si sono invece trasformate in (quasi) public company. È un dato di fatto che proprio in Francia si stanno susseguendo a ripetizione interventi di fondi attivisti. Il nuovo imminente caso di battaglia assembleare avrà luogo martedì 22 giugno quando l’assemblea dei soci di Vivendi, guidata da Vincent Bolloré, sarà chiamata a deliberare sul progetto di scorporo e successiva quotazione del 60% della controllata Universal. Un piano avversato dai fondi attivisti che, più che la sostanza dell’operazione, contestano le modalità della scissione che viene giudicata poco “fair” dal punto di vista fiscale per gli investitori e vantaggiosa soprattutto per la holding di Bollorè che controlla il 30% di Vivendi.

A guidare il difficile tentativo di opposizione a Bolloré, considerato il più “finanziere” tra gli imprenditori francesi, sono i fondi attivisti Artisan Partners e BlueBell Capital Partners che in Francia poche settimane fa hanno conquistato una certa notorietà per la vittoriosa battaglia per cambiare strategie e ceo del colosso alimentare Danone. Altre iniziative di successo di fondi attivisti si sono combattute di recente sempre in Francia sul riassetto di Lagardere, in quel caso il protagonista fu il fondo Amber Capital – casualmente in asse proprio con Bollorè – mentre è tuttora in corso l’iniziativa promossa dal fondo Usa Muddy Waters sulla società lussemburghese (ma quotata a Parigi) Solutions 30 accusata di “frode” dal fondo e ora in difficoltà in vista dell’assemblea del 30 giugno dopo che il revisore EY non ha certificato il bilancio.

Ora dunque è la volta di Bolloré a doversi preoccupare dalle iniziative dei fondi attivisti. Per lui non si tratta della prima volta, gli era già capitato proprio in Italia nella sfida con il fondo Usa Elliott su Tim. Ma se all’epoca Bollorè giocava in “trasferta” stavolta la partita si disputa in casa, in un ambiente che dovrebbe risultare a lui più favorevole. L’esito della conta assembleare dipenderà in gran parte dalla partecipazione al voto degli azionisti. La holding di Bolloré controlla quasi il 30% del capitale di Vivendi. Se si ipotizza che in assemblea voti il 70% del capitale, a Bolloré basterà trovare un 5% circa di voti alleati per arginare l’offensiva dei fondi e vincere la partita portando avanti il progetto di scissione di Universal. Discorso diverso se l’affluenza al voto (da remoto) dovesse essere superiore all’80% poiché in tal caso le chance dei fondi aumenterebbero. Non è ancora chiaro come intenderà muoversi il grande hedge fund Third Point che, stando alle indiscrezioni, negli ultimi giorni avrebbe accumulato una partecipazione “significativa” in Vivendi e potrebbe aiutare BlueBell e Artisan nel fare “marketing” tra gli investitori istituzionali contro la scissione.

Se il progetto di scorporo del 60% e Ipo di Universal dovesse andare secondo i piani di Vivendi, post-scissione Universal farebbe capo per il 20% circa alla holding di Bolloré, il 20% sarebbe del colosso cinese Tencent, il 40% circa frazionato sul mercato e il 20% rimanente farebbe ancora capo a Vivendi. A meno che, come riportano varie indiscrezioni, Vivendi ceda un 10% al la Spac del finanziere Usa Bill Ackman a un prezzo che assegnerebbe a Universal una valutazione complessiva di 35 miliardi. Livello ben più basso delle stime degli analisti che valutano Universal oltre 40 miliardi. Anche questo gap valutativo pare sia finito nel mirino dei fondi attivisti.

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