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Fondi all’attacco sull’Opa Parmalat

di Simone Filippetti

Inizia il gioco dell'Opa su Parmalat. A pochi giorni dall'avvio della più grande scalata di Piazza Affari dai tempi di quella di Swisscom su Fastweb nel 2007, cresce il partito degli scontenti: dopo lo "schiaffo" del cda di Parmalat che ha bocciato il prezzo definendolo non congruo, ora anche gli azionisti di minoranza fanno la voce grossa. Pretendono di più, un rialzo del prezzo offerto dalla francese Lactalis (2,6 euro ad azione). Un sondaggio condotto da Bloomberg, ieri, ha rivelato che molti investitori non sono disposti ad aderire all'Opa se non ci sarà un ritocco. Da due settimane il titolo viaggia costantemente sopra il prezzo di Opa (2,62 la chiusura di ieri): perché dunque consegnare i titoli in Opa quando si può vendere le azioni sul mercato guadagnando di più è il ragionamento degli azionisti, un folto numero di hedge fund, investitori istituzionale e fondi comuni esteri. I 2,6 euro, calcolano gli analisti interpellati da Bloomberg, valorizzano Parmalat 16 volte gli utili, il multiplo più basso tra le acquisizioni fatte nel settore.

Rischia dunque il flop l'assalto dei francesi? Le previsioni, assolutamente riservate, che circolano tra le case d'affari danno come esito probabile la soglia minima di successo fissata da Lactalis, ossia il 55% del capitale. Ma per Ben Rolfe, il capo di Tavir Securities un fondo di special situations (che tuttavia non risulta titolare di quote significative), «a meno di un rialzo o dell'abolizione della soglia minima, l'Opa è condannata all'insuccesso». La sensazione è che quella dei fondi sia una tattica per strappare qualche centesimo in più e poi consegnare le loro azioni. Anche perché dovessero i fondi mettere in pratica le "minacce" di tenersi le azioni, farebbero soltanto un favore a Lactalis. I francesi puntano al minimo di adesioni: basterà racimolare un 25% del capitale. Un obiettivo alla portata, anche con un azionariato scontento e riottoso. Per questo Lactalis non alzerà di un centesimo la sua offerta: e non tanto per il costo aggiuntivo (venti centesimi in più comporterebbero un aggravio di circa 260 milioni), ma soprattutto perchè qualsiasi rialzo farebbe aumentare la percentuale di adesioni. «Un ipotetico, ma assai improbabile, ritocco a 2,8 euro, ossia lo stesso prezzo offerto ai fondi esteri – notava ieri un banchiere coinvolto nell'operazione – porterebbe con certezza le adesioni al 100%». Lactalis, invece, vuole spendere il meno possibile di quei 3,4 miliardi teorici (con un indebitamento che salirebbe al livello monstre di 7 miliardi). A ben vedere già l'Opa è stata una concessione al mercato (e di questo il ministro Giulio Tremonti ne rivendica il merito) perché con in mano il 29% di fatto Lactalis già è in grado di controllare l'azienda e l'imminente assemblea di fine giugno. Una maggioranza appena sopra il 50% garantirà un controllo assoluto. Nell'azionariato di Parmalat un peso non banale hanno due categorie di investitori tutt'altro che stabili o interessati alle prospettive industriali di lungo termine: gli speculatori, che hanno iniziato a investire anni fa scommettendo sul riassetto di una public company (tra le poche di Piazza Affari assieme a Prysmian e Azimut) con un mare di liquidità in cassa; e i fondi cosiddetti «event driven», entrati proprio all'ultimo momento fiutando un'Opa. Più che l'insuccesso, il vero rischio che corre Lactalis è il troppo successo.

 

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