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Fondazioni, vince chi diversifica

Una maxi-cedola da 205 milioni solo per le prime cinque Fondazioni socie di Intesa, un’altra da 46,5 per i primi tre azionisti italiani di UniCredit. Il 2012 non segna certo il ritorno del sereno sui bilanci delle banche – dalla nube degli avviamenti si è passati a quella delle rettifiche sui crediti – ma per le Fondazioni, tutto sommato, poteva andare anche peggio. Soprattutto per quelle di UniCredit, reduci da un anno a bocca asciutta, il 2011, e da un aumento di capitale che all’inizio del 2012 le ha viste iniettare, da sole, un miliardo di risorse fresche.
Tra gli enti, però, nessuno si fa grandi illusioni. Gli anni d’oro, quando dalle banche – era il 2008 – arrivavano quasi tre miliardi di dividendi, difficilmente torneranno. Negli ultimi quattro anni, infatti, il contributo delle banche conferitarie sui ricavi delle Fondazioni si è progressivamente ridimensionato: 2,9 miliardi nel 2008, 600 milioni nel 2009, mezzo miliardo nel 2010 e nel 2011, con grosse differenze tra una banca e l’altra. Morale: «La diversificazione del rischio è fondamentale», ripete a Il Sole 24 Ore Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo e dell’Acri.
Chi dalla teoria ha saputo passare alla pratica, ci ha guadagnato. La Compagnia di San Paolo, ad esempio, primo azionista di Intesa – che peraltro ha remunerato i soci anche l’anno scorso – si è tolta le maggiori soddisfazioni con il 63% del patrimonio investito fuori dalla banca: nel 2012 ha reso il 7% (ma la componente azionaria è arrivata al 18), più del 3,4% garantito dalla banca lo scorso anno. Discorso analogo in Cariplo, dove la cedola da 40,7 milioni staccata da Intesa rappresenta meno di un terzo delle erogazioni previste per il 2013, «perché i 5,5 miliardi di patrimonio investiti altrove ci permettono di avere ampi margini di manovra, dice ancora Guzzetti.
A ben guardare, perché possa funzionare appieno «la diversificazione deve essere duplice», spiega Davide Tinelli, ad di Fondaco Sgr, costituita nel 2002 per assistere nell’asset management alcune Fondazioni, tra cui Compagnia di Sanpaolo, Cariparo, Carisbo, Cuneo e Roma: «Oltre alla diversificazione tra quota bancaria e non bancaria, su quest’ultima occorre costruire un portafoglio sufficientemente differenziato, che guardi ai fattori di rischio al di là delle asset class consentendo di compensare i rischi interni e quelli collegati alla banca». Con queste avvertenze, sul medio periodo oggi una Fondazione può ambire a un rendimento medio del 5%, comunque superiore al 2,7% della media registrata dagli enti nel 2011, assumendo rischi sopportabili per una istituzione.
Dunque chi diversifica vince. E chi può, accelera nel processo di alleggerimento della partecipazione nella banca: l’ha fatto, ad esempio, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino a fine 2012. Nell’ambito dell’ultimo aumento di capitale aveva sottoscritto derivati di copertura che tra l’altro prevedevano la graduale limatura della quota nel caso in cui il titolo della banca fosse salito al di sopra di determinate soglie: la circostanza si è verificata, l’ente si è ritrovato dal 3,8 al 2,5% e ha colto l’occasione per diversificare il patrimonio. Potrebbe farlo a breve anche Fondazione Carige, che nel caso di un eventuale aumento di capitale della banca, sta valutando seriamente – facendo anche di necessità virtù – l’ipotesi di diluire la propria quota, attualmente di poco superiore al 47 per cento. Anche se, fanno notare da Genova, dal 2007 l’investimento nella banca – in cui è impiegato circa il 90% del patrimonio – ha reso sempre più del 6%, con una media di 65 milioni di dividendi annu.
L’ultima fotografia scattata dall’Acri calcola in 52,8 miliardi il totale degli attivi facenti capo alle Fondazioni, che tra il 2000 e il 2011 (ultimo bilancio disponibile) hanno distribuito risorse per 15,6 miliardi, accantonatoo 1,8 miliardi nei fondi di stabilizzazione delle erogazioni e solo a cavallo del 2011 hanno versato 1,27 miliardi alle banche conferitarie nell’ambito degli aumenti di capitale. Ma intanto, sottolinea l’Acri, l’exit strategy è in corso: c’è Fondazione Mps, infatti, vittima e carnefice della crisi della banca con la sua quota di controllo, ma ci sono anche 18 enti (su un totale di 88) che non hanno più alcuna partecipazione e altri 53 che hanno quota minoritarie. Le partecipazioni di maggioranza, invece, restano appannaggio di 14 Fondazioni, cui la legge consente di restare soci di riferimento in virtù delle piccole dimensioni delle banche e dei legami con il territorio di appartenenza.
E comunque, c’è da dire, uscire non è sempre facile. Soprattutto di questi tempi, con le banche sottovalutare in Borsa, o per lo meno su valori decisamente inferiori a quelli di carico delle Fondazioni. Che quindi, piuttosto che svalutare, preferiscono mantenere in pancia. Sperando in tempi migliori.

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