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Fondazioni, via libera alla riforma

La più solerte, probabilmente, è stata la Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, che in cda ha discusso (e approvato) il protocollo Mef-Acri il 13 marzo, a sole 48 ore dall’accordo. La settimana scorsa, invece, è stata la volta di Fondazione Crt, poi di Cassa di risparmio di Lucca e quindi di CariVerona (tra quelle più ansiose di mettere in pratica), mentre ieri è toccato all’Ente Cassa di risparmio di Firenze e alla Compagnia di San Paolo. Una dopo l’altra, dalle Fondazioni sta arrivando il via libera alla riforma decisa dall’associazione di categoria e dalla Vigilanza: per farlo c’è tempo fino a oggi, e domani si tireranno le somme al Consiglio generale dell’Acri. Sorprese? Difficile: tra le piccole – che spesso sono anche le più esposte verso le banche conferitarie – qualche malumore resta, ma secondo quanto trapela le perplessità sarebbero circoscritte a non più di una o al massimo due Fondazioni.
Superato il primo step, già si guarda al prossimo. Cioè ai 12 mesi di tempo che le Fondazioni avranno per comunicare come e quando intendano attuare i contenuti del protocollo. Cioè ridurre sotto il 33% la concentrazione su un solo asset (nella maggior parte dei casi la banca conferitaria), ma anche mettere al bando i derivati, azzerare i debiti, rivedere i tetti ai compensi degli organi e ridurne i mandati.
È qui che si inizierà a capire l’impatto che la riforma avrà sul mercato. Per chi deve ridurre la propria partecipazione in società quotate ci sono tre anni di tempo, per le Fondazioni sbilanciate sulle non-quotate, invece, il termine entro il quale mettersi in regola è di cinque anni. Sta di fatto che entro la primavera prossima tutte le Fondazioni dovranno spiegare al Mef come intendano centrare l’obiettivo: l’exploit dei titoli bancari (Intesa su tutti) ha gonfiato il peso delle conferitarie dentro al patrimonio, aumentando così l’ammontare della dismissione necessaria. Tuttavia c’è tempo, i dividendi promessi per i prossimi anni non sono pochi e i paletti fissati dal protocollo in tema di derivati di fatto spingeranno la maggior parte degli enti ad affidarsi a Sgr specializzate, prima nella dismissione della quota e poi nella diversificazione delle somme che verranno intascate. Quindi, è difficile pensare a immediate vendite in blocchi delle quote, ad esempio, di Compagnia di San Paolo, CariPadova o Ente CrFirenze, che insieme alle “cugine” minori dovranno cedere il 9% di Intesa, così come da parte delle emiliane azioniste di UniCredit. Diverso, invece, potrebbe essere il caso di CariVerona, che ha già fatto trapelare il proprio interesse su dossier alternativi – dal Banco Popolare a Banca Marche – che potrebbero maturare nel giro dei prossimi mesi. Singolare anche il caso di Fondazione Carige, che al termine del proprio impegnativo riassetto potrebbe trovarsi sbilanciata sulla Cassa Depositi e Prestiti, destinata a diventare il suo principale asset: anche in questo caso, comunque, non mancherà il tempo per trovare una soluzione.
In ogni caso, per le Fondazioni le novità in arrivo vanno ben oltre la gestione della quota nella conferitaria. Si diceva, ad esempio, dei nuovi tetti ai compensi degli organi di gestione e d’indirizzo (dallo 0,05% del patrimonio per chi ha più di 5 miliardi, fino allo 0,4% per chi ha meno di 120 milioni), ma la vita degli enti cambierà anche in materia d’appalti, di accountability nonché di coinvolgimento del territorio, visto che il protocollo prevede espressamente un test di rappresentatività da svolgere almeno una volta l’anno con tutti gli stakeholder.
Infine, le aggregazioni: l’articolo 12 del protocollo d’intesa prevede espressamente che si prendano in considerazione per «l’efficienza e l’economicità della gestione». Una volta digerito l’alleggerimento delle quote nelle conferitarie, parlarne sarà decisamente più facile.

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