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Fondazioni, un miliardo da investire nelle Popolari

La data segnata in rosso sull’agenda è quella del 5 giugno prossimo, giorno in cui UniCredit pagherà il dividendo sul bilancio 2014, ritoccato (al rialzo) a 12 centesimi per azione, richiedibili sottoforma di azioni o di denaro contante. Prima di allora in teoria non conviene vendere, e Fondazione CariVerona – che di UniCredit è socia al 3,45% – quasi sicuramente manterrà le posizioni. Poi, è probabile, inizieranno le manovre. Che di qui ai prossimi tre anni potrebbero portare l’ente presieduto da Paolo Biasi a investire fino a un miliardo nelle banche destinate a uscire dal giro di valzer innescato dalla riforma delle Popolari approvata a fine marzo.
Quali? Banco Popolare e Popolare di Vicenza su tutte (senza dimenticare Banca Marche), come è già emerso nelle settimane scorse, ma il quadro è in rapida evoluzione e potrebbe veder coinvolti anche altri soggetti, da Veneto Banca a Bpm (che di qui a breve potrebbero convolare a nozze con le altre due popolari con sede in regione) fino a Fondazione Cassa Padova e Rovigo, che – in virtù dell’accordo Acri e Mef firmato due settimane fa – si vedrà costretta a disfarsi di circa un terzo della sua partecipazione in Intesa Sanpaolo, incassando mezzo miliardo di risorse fresche da investire altrove. 

Il pallino, però, ce l’avrà in mano CariVerona. Che potrebbe agire in fretta. Non è un caso che l’ente sia stato il più sollecito a recepire l’accordo Acri-Mef che impone di ridurre al 33% la concentrazione del patrimonio in un solo asset (che nel caso di CariVerona è UniCredit): il 22 aprile la firma a Roma, quarantott’ore dopo la riunione del Consiglio generale della Fondazione che ha emendato lo statuto e inviato la bozza al Mef. Ora l’ente ha un anno di tempo per comunicare sempre a Via XX Settembre il proprio programma di dismissioni, ma secondo i bene informati non si perderà tempo: obiettivo dell’ente sarebbe quello di mettere nero su bianco come e quanto si vuole diversificare entro la fine dell’estate, cioè prima della scadenza del mandato di Paolo Biasi (con il resto del consiglio), che non è rinnovabile.
«Se verrà richiesto di accompagnare le trasformazioni delle banche popolari, per garantire una stabilità dell’azionariato verso questo obiettivo, CariVerona esaminerà con disponibilità i dossier mettendo in campo all’occorrenza le risorse necessarie», ha dichiarato il vicepresidente Giovanni Sala nel corso dell’assemblea del Banco Popolare dell’11 aprile. Parole inequivocabili, per di più pronunciate da uno dei candidati più accreditati per la successione a Biasi. E le munizioni, a Verona, potrebbero essere importanti: conti alla mano, del 3,45% di UniCredit – che vale circa la metà del patrimonio – l’ente scaligero dovrà cedere almeno l’1%, intascando così 370 milioni;?ma l’interesse sulla banca, dove l’ente per la prima volta non avrà alcun rappresentante all’interno del nuovo board che sarà eletto la settimana prossima, è in via di graduale raffreddamento, e non è escluso che l’alleggerimento possa essere di portata maggiore. Se poi si somma la liquidità che fa capo all’ente e altri investimenti agevolmente smobilizzabili, ecco che si arriva alla cifra tonda di un miliardo. Che potrebbe finire nel Banco Popolare, ma anche nella Popolare di Vicenza, che rientra pienamente nella “giurisdizione” dell’ente:?entrambi gli istituti sono sulla via della trasformazione in Spa e quindi alla ricerca di soci fedeli con cui costituire un nocciolo duro con funzioni anti-scalata. Con il suo miliardo in tasca, CariVerona sa di poter giocare nel ruolo di play maker, e – non ultimo – di ipotecare qualche posto di rilievo nelle cabine di regia delle banche che verranno. Il risiko è un’opportunità, ma presenta incognite che potrebbero complicare lo schema: è così che un eventuale fusione del Banco con Bpm potrebbe annacquare il dna veneto (e quindi l’interesse di Biasi e compagni) della nascente maxi-popolare, mentre il dialogo tra advisor sull’asse Vicenza-Montebelluna potrebbe rendere più difficile (e costoso)?un ingresso nella banca guidata da Gianni Zonin nel caso in cui diventasse promessa sposa di Veneto Banca. A meno che non si possa fare di necessità virtù:?cioè sfruttare il risiko per costruire un’unica banca veneta unendo Verona, Vicenza e Montebelluna; ipotesi affascinante politicamente, in cui la Fondazione con il suo miliardo potrebbe avere un ruolo decisivo, ma tra le banche d’affari si ricorda che matrimoni a tre non se ne sono mai visti.
Infine, i padovani. Opposti per modo di fare e pensare rispetto a Verona, il caso vuole che con la riforma si trovino in una situazione analoga: la Fondazione Cariparo, dopo aver incassato 370 milioni dalla cessione dello 0,9% di Intesa Sanpaolo, di qui ai prossimi tre anni – sulla carta – ne intascherà altri 500 dalla vendita di un altro 1 per cento. Un altro miliardo, o poco meno, cui andrà trovata una destinazione. L’intenzione del presidente, Antonio Finotti, è quella di muoversi lontano dalle banche; ma non è detto che l’interesse non possa crescere nel caso in cui ci sia da costruire un progetto di statura regionale (e non solo). Anche perché nella città scaligera ricordano che nel lungo percorso di Finotti c’è stata anche la direzione generale della Cassa di risparmio di Verona: vecchi legami da recuperare – magari – per nuovi progetti.

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