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Fondazioni, sponda con Unipol per tentare le nozze Ubi-Bper

La strada principale in vista di un’aggregazione, per Ubi, porterebbe verso BancoBpm: i segnali di fumo tra le parti non mancano e l’incastro, almeno sulla carta, avrebbe il suo senso. Ma sul mercato non pochi si interrogano sulle possibili alternative per la banca bresciano-bergamasca. E l’opzione che oggi appare più intrigante, benchè non priva di ostacoli, sembra portare a Modena, dove ha base Bper. Banca che per dimensioni, qualità degli attivi e, in particolare, assetto azionario sembra offrire la migliore combinazione potenziale con il gruppo guidato da Victor Massiah.

L’idea di un’alleanza tra Ubi e Bper, a quanto risulta a Il Sole 24 Ore, sembra essere accarezzata da diversi grandi soci dei due istituti ex popolari. Del resto, a favorire un possibile innesco per una fusione tra i due gruppi sarebbe proprio la presenza di interlocutori di peso e ben definiti all’interno degli azionariati. Elemento che oggi mancherebbe in casa BancoBpm: dopo la fusione datata gennaio 2017, l’istituto guidato da Giuseppe Castagna non ha visto emergere soci “pesanti” nella propria compagine azionaria, se si esclude l’ingresso di un Ente come Crt, oggi fermo però all’1,2%, e la presenza di alcuni fondi di investimento, tradizionalmente passivi. E tolta Mps, il cui azionista di rilievo è il Mef – che però deve prima pensare a liberare la banca degli oltre 10 miliardi di Npl in portafoglio, tema su cui è in corso una trattativa con Bruxelles – gli altri soggetti medio-grandi pronti a entrare nel valzer delle fusioni sono proprio le due ex popolari, realtà sulle cui sponde l’attivismo non manca di certo. In Ubi si è formato a settembre un patto parasociale che vede tra i protagonisti la Fondazione CariCuneo, Fondazione Banca del Monte di Lombardia e altri grandi famiglie imprenditoriali storiche che nel complesso oggi valgono il 16,7% della banca, cifra che potrebbe essere ulteriormente ritoccata all’insù. «Il tema delle fusioni arriverà e noi azionisti intendiamo farci trovare pronti per giocare un ruolo da protagonisti», aveva detto lo stesso Genta a Il Sole 24 Ore lo scorso 26 settembre. Analoga la situazione in Bper: qui l’azionariato fa perno sull’asse tra Fondazione Sardegna (10,6%) e Unipol (19,9% circa), a cui si aggiunge CariModena con il 3% e altre fondazioni minori. Proprio Unipol è da sempre sostenitrice della necessità che Bper metta in agenda un’ulteriore ipotesi di consolidamento. Cosa che dovrebbe fare, nel caso, andando a guardare verso soggetti rilevanti sul territorio nazionale, in grado di far fare alla banca quel necessario salto dimensionale. In attesa che Mps chiarisca le sue sorti, oggi le opzioni sono sostanzialmente due: BancoBpm da un lato e Ubi dall’altro. È evidente che la prima, in termini di impegno sul fronte del capitale, è ben diversa rispetto alla seconda. Un aspetto che in qualche misura potrebbe andare a incidere se si dovesse porre un tema di scelta tra l’una e l’altra. Tanto più che BancoBpm ha già un partner consolidato nella bancassurance, Cattolica, che ha peraltro sostituito Unipol cira due anni fa. Mentre Ubi è ancora a caccia di un alleato nelle polizze, settore che l’istituto vorrebbe sviluppare nell’arco dei prossimi anni.

Nessun ragionamento formale e nessuna trattativa tra soci sarebbe stata avviata al momento, va detto. Difficile, d’altra parte, che nasca un progetto secondo logiche acquisitive, visto che i gruppi in gioco sono di rilievo, e le “anime” da mettere d’accordo sono diverse. Rispetto a soli 3 o 4 anni fa, alcune cose sono cambiate nel settore: la patrimonializzazione media degli istituti è cresciuta, mentre i processi di derisking avviati negli ultimi anni hanno dato risultati incoraggianti riconosciuti dalla stessa Bce. Per molti osservatori oggi insomma i tempi sembrano essere propizi. Resta da capire quale sarà l’atteggiamento della Bce in questo quadro: se cioè favorirà la nascita di nuovi gruppi, o adotterà atteggiamenti iper-prudenziali, frenando però il processo.

Luca Davi

Laura Galvagni

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