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Fondazioni, serve un «tagliando»

Le fondazioni bancarie, nate dal 1990 dalla celebre «legge Amato» hanno consentito un consolidamento senza traumi del sistema bancario italiano, ma a distanza di oltre venti anni è forse utile pensare ad un «tagliando». Dagli esponenti di spicco del mondo politico che seguiono i dossier economici l’indicazione arriva quasi unanime, specie dopo la crisi del «sistema-Mps», che ha tenuto legati a doppio filo il Comune (e la provincia), la Fondazione Mps e la banca spa.
«L’impianto deve essere salvaguardato» afferma Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, «anche se naturalmente si può pensare a degli aggiustamenti sul fronte della trasparenza e dei controlli. Insomma, in caso di può agire sulla accountability e soprattutto sul metodo delle nomine da parte degli enti locali». Ma per Fassina non va disperso un patrimonio che ha garantito «una vera democrazia economica: in questo senso le fondazioni non devo uscire dal capitale delle banche. Si tratta di un presidio che, pur migliorabile, in questi anni ha messo l’Italia al riparo dalla finanza spericolata». Ma questo non è accaduto con Mps, a quanto pare? «È strumentale ricondurre al modello fondazione delle scelte del management della banca. Nel caso di Siena c’è stata una pretesa di autosufficienza che l’ex sindaco Ceccuzzi ha rotto, e per questo ha pagato».
Per Francesco Boccia, deputato Pd che ha guidato i dossier economici parlamentari, «i modelli per definizione non sono immodificabili, specie in campo economico, ma quel modello ha consentuito all’Italia di trasformarsi in una fabbrica di carta finanziaria. Va difesa la «cerniera» tra banca e territorio, ma rompendo lo schema di intromissione sulla gestione delle aziende di credito. La vicenda Mps va ascritta a responsabilità oggettive dei manager, che hanno fatto scelte strategiche sbagliate, ed è giusto che ne rispondano».
Per una revisione di alcuni aspetti della legge sulle fondazione è anche Renato Brunetta, parlamentare Pdl ed esperto economico del partito: «Le cose sono molto cambiare dal 1990 e quindi credo sia arrivato il momento di un tagliando. Ci sono state luci e ombre, e quindi sono per una revisione». Il caso Mps, ma non solo, «indica che dentro le fondazioni c’è un alto tasso di autoreferenzialità di questo sistema, che va a cozzare con il processo in corso nel mondo del credito, specie in vista dell’avvio dell’unione bancaria». C’è poi il nodo del rapporto con gli enti locali, che «è complesso perché nella maggioranza dei casi ricalca la struttura un po’ ottocentesca delle casse di risparmio, dove ora i governi locali sono gli azionsti. È giusto riflettere sul come ridare un’anima territoriale alla pratica del credito dopo gli eccessi degli anni scorsi, ma questo processo deve avvenire al riparo dal controllo diretto della politica».
Secondo l’economista Nicola Rossi, membro del comitato direttivo di Italia Futura, «la vicenda Mps è il prezzo che si paga al provincialismo, che quando si sposa alla politica genera esiti negativi. È evidente che il tentativo disperato di mantenere il controllo locale di un soggetto che opera su scala nazionale e internazionale produce degli effetti non desiderati». Per le fondazioni si «deve portare a compimento il processo di uscita dal capitale delle banche. Di più: le fondazioni spesso fanno troppe cose, bisogna andare verso una specializzazione delle mission».

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