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Fondazioni Quanto valgono in Italia

Il potere delle fondazioni di origine bancaria in Italia si sostanzia in un patrimonio complessivo, secondo gli ultimi bilanci disponibili, pari a 43,034 miliardi di euro, con attivi iscritti a bilancio per 52,8 miliardi di euro. Una montagna di soldi. Anche se si divide per 88, tante sono le fondazioni generate dalla legge Amato-Ciampi di una ventina d’anni fa — che scisse l’attività bancaria da quella erogativa tipica delle Casse di risparmio — la sostanza non cambia: tanti soldi. Una fortuna che i signori delle fondazioni sono stati chiamati, per legge, a investire lontano dalla banca conferitaria, ma che in pochi hanno ascoltato, distratti dal potere che un posto nel consiglio di amministrazione di un grande istituto di credito sa garantire e allettati dai dividendi che, per anni, le banche hanno distribuito ai loro azionisti.
Oggi, considerando alcune delle maggiori fondazioni italiane, la situazione è ramificata. Gli investimenti anche in società quotate non mancano. Stando agli ultimi bilanci disponibili, le fondazioni hanno investito in Generali, Mediaset, A2A, Fiera Milano, Acsm, Sator, Atlantia, Iren, Mediobanca, nel Banco Sabadell, in Société Générale, nell’aeroporto di Firenze e in una serie di Sgr che operano sui principali mercati finanziari. Oltre, ovviamente, a cospicui investimenti azionari nelle banche di riferimento (Unicredit, Intesa e Mps) e obbligazionari anche nelle banche concorrenti.
In movimento
L’intreccio di poteri è fitto e in evoluzione. Nelle scorse settimane, ad esempio, Crt, uno degli azionisti storici di Unicredit, ha ridotto di un terzo la propria esposizione su Piazza Cordusio, passando dal 3,8 per cento al 2,5. Il timing non è stato dei più felici, visto che Unicredit in Borsa sta guadagnando molto in questo 2013, ma la tendenza è chiara. Il presidente Marocco e il direttore generale Lapucci stanno proseguendo una strada iniziata dal precedente ticket Comba-Miglietta che ha portato Crt a investire pesantemente in Atlantia, la holding autostradale del gruppo Benetton, di cui controlla il 6 per cento, ma anche in Iren e in un paio di grandi banche straniere.
Altre fondazioni, come la Compagnia di San Paolo e Cariplo, le due prime azioniste di Intesa, investono i loro attivi attraverso società di gestione del risparmio, alcune create e direttamente controllate. È il caso della torinese Fondaco, che investe anche per la Fondazione Caripadova e della milanese Polaris, che gestisce 5,3 miliardi di Cariplo. A Roma il presidente Emanuele è quasi totalmente uscito da Unicredit e investe sui mercati internazionali attraverso la società di gestione lussemburghese Fondaco Lux e il Fondaco Roma fund le cui attività sono iscritte a bilancio per 1,32 miliardi.
Sliding doors
L’intreccio tra fondazioni e politica è nei fatti indotto dalla legge istitutiva e sancito dagli statuti. Quando negli organi di amministrazione vengono nominati i rappresentanti dei territori (Provincia, Comune, Camere di commercio, finanche la Curia), spesso questo si rivela essere una porta aperta alla tutela degli interessi non del territorio (legittimi) ma della casata di appartenenza del delegato. Peraltro l’intreccio non è solo a monte delle fondazioni, da qualche tempo lo è anche a valle, visto che l’investimento miliardario nella Cdp da parte di 65 enti che unitamente controllano il 30% della Cassa depositi e prestiti, affianca le fondazioni al braccio operativo del governo. La Cdp paga dividendi, ma è questo il ruolo delle fondazioni? Solo Cariverona per ora si è dimostrata perplessa.
Di sicuro, quello delle fondazioni non è un Paese per giovani. I prossimi rinnovi lo confermano. Sono infatti in scadenza i consigli di quattro grandi azionisti di banca IntesaSanpaolo: gli enti di Firenze, Bologna, Padova-Rovigo e Milano-Cariplo. A Firenze una intricata vicenda legale probabilmente renderà ineleggibile il più giovane dei presidenti uscenti, Jacopo Mazzei, 58 anni. Al suo posto potrebbe arrivare Lorenzo Bini Smaghi, che altri invece vedono in uno dei due consigli della banca. Dimessosi Fabio Alberto Roversi Monaco, il candidato favorito a Bologna è Gianguido Sacchi Morsiani, 78 anni. A Milano Giuseppe Guzzetti non si discute, mentre a Padova l’unico candidato è l’84enne Antonio Finotti. E qui si svela una grigia derivata delle passate campagne di fusioni.
Effetti collaterali
Finotti è l’unico candidato in una città universitaria com’è Padova anche perché il processo di concentrazione del credito ha accentrato i centri decisionali. Oggi le sorti dell’industria creditizia di Padova, Bologna, Firenze e di molte altre città si giocano a Milano. Sono venute meno tutte quelle realtà medio-piccole che sono state per anni la palestra di formazione dei banchieri di oggi. Finotti è l’unico candidato a succedere a se stesso per innegabili capacità sue, ma anche per mancanza di alternative: non c’è classe dirigente. Nessuno da vent’anni fa più il banchiere in provincia e i capoluoghi, che un tempo erano motore di sviluppo e riferimento locale, si sono appiattiti in una indistinta «provincia dell’impero». Un preoccupante effetto collaterale.

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