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Fondazioni Quanto è bello avere meno credito

Due novità risultano emblematiche del lungo percorso di sganciamento delle Fondazioni dal governo delle banche. E, in entrambi i casi, riguardano il gruppo italiano di maggior dimensione: Intesa Sanpaolo. La Fondazione Cariplo ha affidato in gestione la quota della banca, di cui è uno degli azionisti chiave, dando l’incarico alla Quaestio capital management sgr.
Pochi giorni dopo, giovedì scorso, per la prima volta nell’assemblea annuale della banca i soci esteri presenti hanno superato quelli italiani (31,5 per cento contro 28,6 per cento).
Una vera svolta, confermata da altre circostanze. Nell’altra, grande banca italiana, Unicredit, l’ex nocciolo duro rappresentato dalle Fondazioni ha perso di peso, scendendo sotto il 10 per cento del capitale. Così come, non per virtù ma per necessità, la Fondazione Monte dei Paschi di Siena ha dovuto rinunciare al controllo della banca e altrettanto sta avvenendo per la Fondazione genovese di Carige.
Percorso
Ma, almeno per quanto riguarda le Fondazioni principali, il cammino dev’essere ancora completato. Nel caso di Fondazione Cariplo la partecipazione nel capitale di Intesa Sanpaolo, rispetto al valore del patrimonio complessivo, è scesa sotto la soglia del 20 per cento, mentre per la Fondazione cassa di risparmio Torino (Unicredit) il dato risulta intorno al 26,50 per cento. Altra musica per quanto riguarda la Fondazione cassa di risparmio di Verona (con la partecipazione in Unicredit ancora superiore al 61 per cento) e le altre fondazioni di Intesa Sanpaolo: la Compagnia San Paolo (poco più del 56,3 per cento, primo azionista con poco meno del 10 per cento della banca), l’Ente Cassa di risparmio di Firenze (ferma al 59 per cento), la Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo (al 58,3 per cento).
Tutte confermano il valore strategico della partecipazione bancaria, ma il recupero di valore dei titoli azionari e l’andamento positivo della Borsa aprono nuove prospettive. «Il nostro atteggiamento è laico — dice Luca Remmert, presidente della Compagnia San Paolo e appena nominato vicepresidente dell’Acri, l’associazione di categoria —. Perché l’obiettivo è produrre risorse da distribuire sul territorio».
Il ruolo
Tradotto in altre parole questo significa che la Fondazione manterrà un ruolo chiave nell’azionariato, ma potrà cogliere l’attimo della situazione di mercato favorevole per ridurre la partecipazione. In effetti la Fondazione Cariplo conta almeno altrettanto pur avendo in portafoglio soltanto poco meno del 5 per cento.
Un paio di numeri confermano le opportunità che ci sono per fare cassa. Compagnia San Paolo ha in carico i titoli a un valore medio leggermente inferiore al 2,3, contro un valore di mercato che ha sfiorato i 2,5 euro. E questa è una situazione piuttosto diffusa tra le fondazioni: dall’Ente cassa di Firenze alla stessa Fondazione Cariplo, dalla Fondazione Crt alla Fondazione Cassa di risparmio di Verona fino alla Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo. Negli ultimi anni, dopo il crollo delle Borse, hanno sofferto ma ora il recupero risulta significativo anche se le scelte sull’aggiornamento dei valori di carico sono diverse non essendoci disposizioni stringenti.
Ancora molto elevato, per esempio, risulta il valore di carico delle Unicredit nel bilancio della Fondazione Cariverona, superiore a 10,3 euro (vedere tabella).
«Le condizioni di mercato per chi punta a ridurre le partecipazioni bancarie, considerando il livello medio dei prezzi, sono propizie —spiega Massimo Lapucci, segretario generale della Fondazione Crt— che però non lo farà perché riteniamo stabile il livello raggiunto». E aggiunge: «Il nostro 2,51 per cento rappresenta una partecipazione strategica». Inferiore, tra l’altro, a quelle dei fondi più presenti in Unicredit come, per esempio, BlackRock e Pamplona capital management.
La possibilità, sempre per quanto riguarda la Fondazione Crt, è che possa venire ridotta l’esposizione in equity, cioè l’insieme dei titoli azionari in portafoglio, tra cui spiccano la presenza in Generali e in Atlantia, a cui fa capo la società Autostrade, e che, di conseguenza, rappresenta già una diversificazione rispetto all’area finanza.
«Abbiamo riflessioni in corso — conferma Lapucci — e ci stiamo guardando intorno».
Il momento favorevole di Piazza Affari apre la strada a nuovi percorsi. D’altra parte da tempo Banca d’Italia spinge verso il ridimensionamento della presenza delle Fondazioni nel capitale delle banche. E quella stagione, che pure ha permesso di mantenere in Italia il controllo del sistema, sembra destinata al tramonto definitivo.
Le Fondazioni hanno un’altra ragion d’essere. La distribuzione di risorse sul territorio nei settori di competenza: dall’arte all’educazione e formazione, dall’assistenza sociale alla ricerca e così via. Indietro non si torna, come ha confermato nel dicembre scorso il fallimento della cordata che avrebbe dovuto andare in soccorso della Fondazione Monte dei Paschi di Siena.

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