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Fondazioni, pronta la riforma

L’asticella, alla fine, è stata fissata al 33%: le Fondazioni non potranno concentrare una quota maggiore del proprio patrimonio finanziario in un solo asset, che nella maggior parte dei casi è rappresentato dalla banca conferitaria. Diversi enti dovranno ora allentare la presa sugli istituti di credito, grandi e non: chi dovrà vendere azioni di una quotata avrà tre anni di tempo, per tutti gli altri ci saranno 24 mesi in più, considerato che si tratta di un asset meno liquido e quindi di non facile dismissione.
Così prevederebbe il testo definitivo della riforma delle Fondazioni, già timbrato dal Mef, che oggi – secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore – finirà sul tavolo del Consiglio generale dell’Acri. È un passaggio decisivo del processo avviato nei mesi scorsi, quando da Via XX Settembre si era promossa l’idea di un’autoriforma, per dare una spinta a quel processo evolutivo che diversi enti – alcuni per necessità, altri per virtù – negli ultimi mesi hanno dato prova di voler affrontare: l’operazione era stata avallata dallo stesso ministro Pier Carlo Padoan a fine ottobre, nel corso della Giornata del Risparmio, ma da allora la macchina si era ritrovata incolonnata in quel vero e proprio ingorgo normativo che vede protagonista l’Esecutivo da qualche mese a questa parte, soprattutto in materia bancaria.
Nelle ultime settimane c’era anche chi temeva un sorpasso in curva da parte di Palazzo Chigi, più volte tentato di inserire alcune norme sulle Fondazioni prima nel ddl concorrenza e poi in altri decreti ad hoc, ma alla fine sembra averla spuntata il Mef, che delle Fondazioni è Autorità di Vigilanza.
Soltanto stamattina verrà svelata la versione definitiva dell’atto negoziale, un dossier seguito in questi mesi da un gruppo di lavoro coordinato dal capo di gabinetto del Mef, Roberto Garofoli, che ha operato a stretto contatto con i vertici dell’Acri, e in particolare con il presidente, Giuseppe Guzzetti. Oltre al tetto sul patrimonio, sempre nell’ottica di allentare i legami tra banche e Fondazioni il protocollo dovrebbe prevedere il divieto per queste ultime di indebitarsi al fine di partecipare ad eventuali nuovi aumenti di capitale, di investire in derivati ed hedge fund e di applicare maggiore trasparenza nella pubblicazione dei bilanci.
Punto nodale, però, anche sotto il profilo finanziario, resta la cessione delle quote bancarie. «Le Fondazioni diversificano il rischio di investimento del patrimonio e lo impiegano in modo da ottenerne un’adeguata redditività», stabilisce l’articolo 7 del decreto attuativo della legge Ciampi, ma da allora niente si è specificato quanto a tempi e modalità della diversificazione, di conseguenza ogni ente si è mosso come ha ritenuto: accanto ad alcuni casi di legami chiaramente patologici ente-banca, con Carige e Mps su tutti, altri enti hanno iniziato ad alleggerire le quote, altri ancora sono usciti del tutto dal capitale delle banche; l’ultima fotografia sulle 88 Fondazioni, aggiornata al primo gennaio 2014, vedeva infatti 21 enti ormai completamente fuori dalle conferitarie, 13 con una quota superiore al 50% del capitale sociale e 28 con un pacchetto compreso tra il 5,1% e il 50%.
Un quadro in continua evoluzione. Se è di questi giorni la cessione quasi integrale della quota di Carige da parte dell’omonima Fondazione, sulle orme di un percorso che l’anno scorso di questi tempi ha portato Palazzo Sansedoni al 2,5% di Mps, altri enti si stanno preparando a muoversi. Compagnia di San Paolo, ad esempio, l’estate scorsa ha ritoccato lo statuto – con approvazione del Mef – in modo da poter scendere fino al 6,5% di Intesa Sanpaolo (dall’attuale 10%), predisponendosi così a centrare l’obiettivo del 33%; chi si prepara a fare altrettanto è Fondazione Cariverona, dove il 3,46% di UniCredit ad oggi vale quasi il 50% del patrimonio: non è escluso, come ha fatto intendere il presidente Paolo Biasi nei giorni scorsi, che l’ente possa valutare acquisti sul Banco Popolare in occasione della trasformazione in Spa, d’altronde la riforma non impedisce di diversificare su altre banche.
L’alleggerimento delle quote sarà compito relativamente agevole per chi ha una partecipazione nelle banche quotate (soprattutto adesso che i titoli viaggiano sui massimi degli ultimi anni), un po’ meno per chi è dentro – o addirittura controlla – banche medie o piccole non scambiate a Piazza affari; è il caso, ad esempio, della Fondazione Cassa di Ravenna, o CrAsti, ma anche delle piccole casse cuneesi o del centro Italia; in questo caso ci saranno 24 mesi di tempo in più, ma tra i presidenti più d’una perplessità rimane e non è escluso che oggi al consiglio generale dell’Acri il dibattito sia animato.
Difficile, in ogni caso, che il processo possa saltare. Il rischio di un “colpo di mano” da parte del Governo, che nell’autunno scorso non ha esitato ad aumentare la pressione fiscale, rimane e solo l’autoriforma sembra in grado di evitarlo, salvando di fatto la possibilità degli enti di rimanere artefici del proprio destino. Formalmente, l’Acri dovrebbe approvare nelle prossime settimane lo schema dell’atto negoziale, che poi ogni singolo ente dovrebbe sottoscrivere come contratto con il Mef. Che a quel punto avrà uno strumento in più per richiedere alle Fondazioni vigilate l’applicazione di quanto concordato.
L’atto negoziale, nei fatti, sarà solo una delle tre gambe di un percorso di riforma più ampio, che contempla la carta delle Fondazioni, approvata tre anni fa, e al quale nei prossimi mesi dovrebbe aggiungersi il codice etico dell’Acri: a quanto si apprende, potrebbe essere presentato a giugno, durante il congresso nazionale che si terrà a Lucca.

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