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Fondazioni, nelle banche solo il 30% del patrimonio

La prospettiva di scendere ulteriormente dal capitale delle banche non sembra spaventare le Fondazioni. Molte lo hanno già fatto, altre si apprestano a farlo e per gli enti il tetto ideale è quello del 30%: in pratica, non più di un terzo del patrimonio potrà essere investito nelle conferitarie.
È la proposta che l’Acri rivolge al Ministero per l’Economia e le Finanze, mentre in Via XX settembre sta mettendo mano al decreto ministeriale che disciplinerà il sistema; il disegno di riforma, anticipato ieri da Il Sole 24 Ore, ha ricevuto il sostanziale avallo da parte di Giuseppe Guzzetti, ieri a Torino per il convegno dedicato a Fondazioni, banche e imprese promosso da Acri, Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo: la regola, ha chiarito Guzzetti, varrà per le grandi Fondazioni ma anche per le piccole (tra cui non si escludono malumori), ma in ogni caso andrà previsto un periodo di transizione, visto che in ballo ci sono pacchetti significativi anzitutto delle maggiori banche italiane, Intesa e UniCredit. Tra l’Acri e il Mef, che è autorità di Vigilanza sulle Fondazioni, i rapporti sono buoni, la riforma di fatto implementerà i contenuti della Carta adottata dall’Acri nel 2012 e per questo «noi siamo contentissimi», ha detto Guzzetti, ricordando che una riforma per decreto è più che sufficiente visto che la Legge Ciampi è «tuttora attuale e non richiede di essere modificata, perché è una legge quadro che fissa dei principi sulla natura privatistica della fondazione con piena autonomia statutaria e gestionale».
La spinta per lo sviluppo
Un dato è certo: quanto più diversificati saranno i patrimoni, tanto più saranno in sicurezza. E potranno essere messi a servizio dello sviluppo, economico ma anche sociale, dei territori di riferimento, magari nella prospettiva di quel welfare di comunità sperimentato da Fondazione Cariplo, a 11 anni dall’invenzione dell’housing sociale. E qui, si è ricordato ieri a Torino, lo spazio d’azione delle Fondazioni si incrocia in forme nuove con quello delle banche e delle imprese, attori – pur in ruoli diversi – dello sviluppo, come ha detto Stefano Ambrosini, consigliere della Compagnia di San Paolo e organizzatore del convegno: la sfida, per tutti, è quella di fare di più aggiornando la propria mission, con le Fondazioni chiamate a farsi ad esempio catalizzatori di investimenti internazionali (prospettiva su cui sta ragionando l’Ente CrFirenze, come ha detto il presidente, Umberto Tombari) e le banche a farsi promotori di rilocalizzazioni produttive, secondo l’idea lanciata dal ceo di Cariparma, Giampiero Maioli e prontamente rilanciata da Alberto Dal Poz, vice presidente di Federmeccanica.
Il caso Siena
Processi evolutivi non sempre facili, come dimostra ancora una volta il caso di Siena e del Monte dei Paschi. Ieri a Torino era presente anche Marcello Clarich, neo presidente della Fondazione Mps e alla sua prima uscita ufficiale sul tema proprio mentre a Siena si teneva una seduta del consiglio comunale dedicata alla situazione dell’ente, appuntamento cui ha scelto di non partecipare perché «le Fondazioni devono saper mantenere la propria autonomia, dimostrandosi capaci di dire anche dei no». Inevitabile, però, un cenno alla banca, alla vigilia di un esame europeo che non si preannuncia facile: come ne uscirà il Monte? «Spero non sia all’orizzonte un nuovo aumento di capitale, la banca ne ha appena fatto uno da 5 miliardi», ha detto Clarich ribadendo un concetto che aveva già espresso nelle settimane scorse. Se ci dovesse essere la necessità, «andrà valutato al momento» cosa fare, ha aggiunto.

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