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Fondazioni: la banca non è più «amica»

di Sergio Bocconi

Le contrapposizioni ricomposte sul finale in Intesa Sanpaolo per la nomina del successore di Corrado Passera; le pressioni per una discontinuità in Unicredit, che ha programmato un maxiaumento di capitale da 7,5 miliardi; le difficoltà a Siena per mantenere la maggioranza della banca grazie ai debiti: sono solo gli ultimi e certamente più importanti episodi che dimostrano come stia crescendo un evidente «mal di fondazioni». E poiché restano i maggiori azionisti stabili delle maggiori banche, se gli enti «soffrono», soffre tutto il sistema.
O forse sarebbe meglio dire che le Fondazioni soffrono «perché» sta male il sistema. Insomma il circolo virtuoso che ha visto negli anni passati gli enti assecondare con lungimiranza e processi di aggregazione fra le banche partecipate e incassare cospicui dividendi da «trasferire» in parte al territorio, si è inceppato. Oggi gli enti, chiamati a partecipare a costose ricapitalizzazioni, dimostrano insoddisfazione, intervengono ben più e con toni diversi rispetto al passato su nomine e piani industriali, non perdono occasione per rimarcare il tema del dividendo.
Il lungo confronto
Così in Intesa Sanpaolo la successione di Passera è stata un po' meno rapida per le iniziali divisioni fra chi aveva puntato subito sulla scelta esterna e chi, come Angelo Benessia della Compagnia di San Paolo e Jacopo Mazzei di Carifirenze, aveva dimostrato di preferire una soluzione interna. In Unicredit nei giorni scorsi è arrivata una lettera della Fondazione Crt nella quale si richiede una maggiore discontinuità manageriale, e cioè di «completare» il dopo Profumo. Oggi il presidente Dieter Rampl e l'amministratore delegato Federico Ghizzoni andranno a Torino a spiegare piano e aumento di capitale: all'incontro, già programmato da tempo, parteciperà anche Fabrizio Palenzona. Si parlerà anche della lettera? Eventualità considerata poco probabile. Infine a Siena, la Fondazione presieduta da Gabriello Mancini ha negoziato un periodo di «tregua» (cioè di sospensione del ritiro delle azioni in pegno) con le banche che l'hanno finanziata perché potesse sottoscrivere l'ultimo aumento di capitale del Mps senza perdere la maggioranza assoluta: ha così preso tempo per ridurre il debito con alcune cessioni. Round che non chiude la partita anche perché l'istituto potrebbe essere «obbligato» a un nuovo rafforzamento patrimoniale nel caso l'Eba confermasse il bisogno di capitale aggiuntivo per oltre 3 miliardi. Ma è condivisa da tutti a Siena la costanza di «presa» da parte dell'ente sulla banca, che sul lungo periodo e in tempi così perigliosi potrebbe anche rivelarsi un freno?
Entrate e uscite
Problemi, difficoltà, dissensi. Che in alcuni casi trovano anche ragione in «processi interni». Nel senso che Benessia sulla nomina in Intesa Sanpaolo ha anche giocato un pezzo della partita che vedrà protagonista la Compagnia in aprile, quando si tratterà di rinnovare anzitutto il presidente. E dall'esito in banca appare più incerto l'esito in Fondazione. Sul quale dimostra volontà di intervento Enrico Salza, protagonista della fusione Mi-To. E rispetto al quale è decisivo il parere del sindaco di Torino, Piero Fassino. L'ex primo cittadino, Sergio Chiamparino, possibile candidato, si è di nuovo «chiamato fuori» sottolineando pubblicamente la sua preferenza per la politica, e la sola corsa certa al momento è che il percorso fino ad aprile non sarà una facile passeggiata. Nella primavera 2013 toccherà poi alla Crt, dove il rinnovo del vertice dovrà essere pressoché totale.
Quota «11»
Ma al di là delle partite sulle nomine, che senza dubbio accentuano la vocazione localista delle Fondazioni, il nodo che oggi porta inquietudine fra gli enti appare «strutturale». Basta qualche cifra: fra il 2001 e il 2007 le banche quotate hanno prodotto dividendi, distribuiti l'anno successivo, per circa 50 miliardi, con record nel 2006 e 2007 quando le cedole hanno superato in entrambi gli anni gli 11 miliardi. Anche se solo una parte di queste cifre è entrata nelle casse delle Fondazioni azioniste, i proventi del sistema degli enti hanno raggiunto il top nel 2007 con 3,8 miliardi per poi dimezzarsi nel 2010. Su tali proventi il peso dei dividendi da banca conferitaria ha raggiunto il massimo con il 78,5% nel 2008, mentre sono crollati al 19% nel 2009 quando Intesa non ha distribuito cedole cash e Unicredit ha assegnato azioni gratuite. In compenso, a partire da Piazza Cordusio, le Fondazioni sono già state chiamate a partecipare ad aumenti di capitale per quasi 16 miliardi e, aggiungendo il prossimo di Unicredit e quelli indicati dall'Eba, si potrebbe arrivare a quota 30 miliardi. Il conto per gli enti soci delle banche maggiori si aggirerebbe sui 6 miliardi. Sforzo che richiederebbe il ricorso a indebitamento. E che avrebbe come conseguenza una significativa marcia indietro rispetto al passato, con un aumento per gli enti della concentrazione dei rischi sulle banche partecipate.
Il quadro non è comunque completo. Perché bisogna tener conto del fatto che le prospettive di redditività delle aziende di credito sono stimate in calo rispetto al passato e che, per mantenere un'accettabile remunerazione del capitale (rafforzato anche per motivi regolatori), vengono considerate necessarie riduzioni pesanti di costi, fino al 25%. Ciò significa l'adozione di modelli di business più «leggeri», con reti che costano meno e rendono di più. Modelli compatibili con i presidi territoriali e di marchio delle Fondazioni? Ecco dunque che i rapporti fra enti soci e istituti possono diventare più complessi, se non più difficili.

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