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Fondazioni Il posto in banca non è più sicuro

Dice Giuseppe Guzzetti che è sbagliato «incraponirsi» (crapùn è il milanese per testardo) nella presa sulla banca d’origine: meglio diversificare per tempo rischio e rendimento, anche se le due cose non vanno sempre a braccetto. 
Trattandosi del presidente dell’Acri e della Fondazione Cariplo, la prima per patrimonio con 7,4 miliardi, il monito ai colleghi può sembrare facile: il 4,8% che l’ente della Ca’ de Sass detiene in Intesa Sanpaolo non arriva a impegnare al fair value neppure il 30% dell’attivo, anche dopo la corsa delle azioni in Borsa fino a 3,1 euro, e quella quota promette di fruttare mezzo miliardo di cedole da qui al 2018.
Ma Guzzetti non guarda in casa. Il ruolo nell’Acri richiede visione istituzionale e pragmatismo per far sì che le 88 Fondazioni associate restino artefici del proprio futuro. Anche cambiando regole e comportamenti. E in fretta. Da pochi giorni i 13 articoli del Protocollo Acri-Mef siglato l’11 marzo con il ministro Pier Carlo Padoan sono in mano agli organi degli enti di origine bancaria, con la ferma sollecitazione di Guzzetti a completare le pratiche di adesione in tempi celeri, corredate dagli impegni a conformare gli statuti alle norme della riforma concordata al tavolo coordinato da Roberto Garofoli, capo di gabinetto del ministero dell’Economia.
Poche settimane, un mese al massimo. E le nuove regole a regime per il congresso dell’Acri di metà giugno.
A oltre 15 anni dalla legge Ciampi (che non fissava parametri e tempi) e a tre dalla Carta delle Fondazioni (con adesione solo volontaria), anche gli enti nati dallo scorporo delle banche si preparano a una stagione nuova che, per virtù o per necessità, coinvolge tutto il mondo del credito. Come testimoniano il decreto sulla trasformazione d’imperio delle grandi Popolari in spa e la travagliata autoriforma delle Bcc e Casse rurali.
I capisaldi
Il protocollo Acri-Mef fissa regole più stringenti su tutti i fronti. Sulle nomine, con l’incompatibilità tra organi delle fondazioni e ruoli politici che coprono tutto lo spettro da Palazzo Chigi alle comunità montane. Sui cambi di casacca, con 12 mesi in «sonno» obbligato per chi voglia traslocare dall’Ente alla banca o viceversa (il tragitto fatto a suo tempo a Siena da Giuseppe Mussari). Sui compensi, con il tetto a 240 mila euro per i presidenti delle casseforti da oltre un miliardo e lo 0,1% (sul patrimonio) per il monte indennità delle fondazioni da 500 milioni in su. E ancora c’è il divieto di fare derivati senza logiche di copertura o, peggio, di indebitarsi per seguire gli aumenti di capitale della banca, una strada che aveva portato vicine al default le fondazioni Mps e Carige. Ora si potrà contrarre un debito solo in via temporanea, per coprire uno «sfasamento tra uscite di cassa ed entrate certe per data e ammontare», e comunque non oltre il 10% dei mezzi propri.
Ma le ricadute sugli assetti di governance delle partecipate verranno dal tetto del 33,3% (calcolato sul totale attivo) alla concentrazione del rischio su un solo emittente. Che poi è la banca conferitaria per tutti, tranne la Fondazione Crt che ha azioni Unicredit per un valore corrente di 920 milioni ma titoli Atlantia (5,1% la quota) per oltre un miliardo. Difficile immaginare che si scardini la stabilità di governo delle banche, anche perché la riforma dà tre anni di tempo per rientrare sotto la soglia e 24 mesi in più se la banca non è quotata. Un atterraggio morbido, quindi.
Ma non del tutto indolore se si pensa che sono sopra il tetto 14 fondazioni sulle 35 medio-grandi e 29 su 53 tra quelle con patrimonio sotto 200 milioni. Le ricadute toccano anzitutto i primi due colossi del credito. Nel libro soci di Intesa Sanpaolo la maggioranza (56%) è ormai in mano a investitori esteri ma ci sono anche 17 fondazioni con il 28% del capitale e il governo delle liste per il cda. In Unicredit gli internazionali sono al 62% ma residuano 12 fondazioni con il 10,9%, tutt’altro che ininfluenti.
Chi e quanto dovrà vendere? CorriereEconomia ha fatto una stima aggiornando ai prezzi di Borsa sia la quota nella conferitaria sia l’attivo. L’impatto maggiore è sulla Compagnia di San Paolo, guidata da Luca Remmert, che ha una concentrazione prossima al 60% sulla quota Intesa Sanpaolo e per rientrare sotto soglia dovrebbe scendere dal 9,5% attorno al 6%. Facoltà che peraltro si è precostituita da luglio modificando i regolamenti con l’ok del Mef, l’autorità di vigilanza. Situazione simile per la Fondazione di Padova che ha oltre il 60% dell’attivo puntato sul 4,45% della Ca’ de Sass: dovrebbe alleggerirsi del 2% per rientrare. Anche più sbilanciato è il portafoglio dell’Ente CR Firenze dove spiccano le quote Intesa (3,3%) e Cassa Firenze (10,3% riconducibile allo stesso emittente secondo il Protocollo Acri-Mef). In tutto potrebbe entrare il gioco l’8,5% della prima banca del Paese.
Verona e Modena
Nel caso di Unicredit l’impatto potenziale è minore, anche perché alcuni enti si sono già alleggeriti. I maggiori venditori sarebbero così la Fondazione CR di Verona di Paolo Biasi (quasi 50% dell’attivo concentrato sulla conferitaria) e quella di Modena (oltre 55% tra quota diretta e tramite Carimonte). Dovrebbero alleggerirsi dell’1,2-1,3% a testa. Ma anche per loro c’è il paracadute dei tre anni di tempo.
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