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Fondazioni, così la scure fiscale taglia i fondi per lavoro e scuola

A Lucca (e provincia) potrebbero mancare i fondi necessari per ristrutturare gli edifici scolastici. A Padova il timore è che vengano ridotti gli incentivi per ricollocare i lavoratori over 50, estromessi dalle aziende manifatturiere fallite per colpa della Grande Crisi. Ad Ascoli Piceno gli interrogativi riguardano le misure a sostegno dell’autosufficienza, per ora un piccolo palliativo per chi si occupa di familiari con patologie invalidanti. A Fossano (Cuneo) lo spauracchio è invece la riduzione di taglia del Fondo emergenza sociale, utile a sostenere le famiglie destinatarie di sfratti esecutivi perché impossibilitate a pagare affitti e mutui.
Potremmo definirli «danni collaterali» dell’aumento dell’imposizione fiscale per le 88 fondazioni bancarie, ipotesi contenuta nella legge di Stabilità appena “incardinata” in Parlamento. Maggiore tassazione che si esprimerebbe sotto forma di riduzione della quota di esenzione sui dividenti percepiti che scenderà dal 95% al 22,26% e che avrebbe anche effetti retroattivi impattando sull’esercizio in corso costringendole ad attingere ai fondi di riserva per coprire buchi (non preventivati) di bilancio.
Che fine fa il «welfare partecipativo» — per dirla con le parole del premier Matteo Renzi — convinto sostenitore della «governance sociale allargata alla partecipazione dei corpi intermedi e del terzo settore»? Il paradosso è che la misura non riguarderà i soggetti profit, per i quali la quota di esenzione resterà immutata.
«In Europa siamo l’unico Paese che non prevede alcun beneficio per la filantropia», attacca Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, l’Associazione delle casse di risparmio. Gli fanno eco dalla fondazione Cariparo (Padova e Rovigo) che calcola un multiplo (fiscale) di 15 volte e mezzo per il 2015 se l’ipotesi dovesse diventare realtà «con un taglio alle erogazioni per la collettività di otto milioni di euro». Marcello Bertocchini, direttore della fondazione Cassa di risparmio di Lucca, parla di un (mancato) assegno «per tre milioni di euro che inciderà sull’assistenza alla categorie più deboli». Mentre Vincenzo Marini, vicepresidente Acri e numero uno della Cassa di risparmio di Ascoli Piceno, invita a copiare (per una volta) le best practice nordiche che incoraggiano il secondo welfare contestualmente alla riduzione del «pilastro pubblico» per effetto delle politiche di austerity. Renzi l’ha appena definito «primo settore» (e non più «terzo»). Così non rischia di essere l’ultimo?

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