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Fondazione Mps verso la diluizione nella banca

La prossima sarà una settimana decisiva per il futuro di Banca Mps. Due le novità attese: la riscrittura da parte del Governo del decreto legislativo che autorizza l’intervento pubblico nel capitale del gruppo senese, secondo le indicazioni concordate con l’Unione europea (ancora non ufficializzate); e un colpo d’acceleratore nella trattativa sindacale, che potrebbe agevolare l’attuazione del piano industriale, a cominciare dall’esternalizzazione delle attività di back office che in questo momento coinvolge 2.370 persone.
I vertici della terza banca italiana, il presidente Alessandro Profumo e l’amministratore delegato Fabrizio Viola, alla guida dell’imbarcazione senese da meno di un anno, provano a uscire dal mare in tempesta con un mix di cambio di rotta (rifocalizzazione del business), alleggerimento del peso (il taglio ai costi) e rafforzamento della tenuta strutturale della nave (la ripatrimonializzazione). Con effetti che nel breve periodo riguarderanno anche la Fondazione Mps.
Se infatti l’azionista di maggioranza relativa (34,9%) del gruppo di Rocca Salimbeni spera di tornare a incassare dividendi non più tardi del 2015 (come previsto dal piano industriale), la prospettiva certa già per il prossimo anno è di un’ulteriore diluizione nel capitale della banca che controllava al 56% fino al 2011. Per effetto delle mosse decise da Rocca Salimbeni, la Fondazione presieduta da Gabriello Mancini è invece destinata a scendere sotto la soglia del 15%, quota neppure immaginabile appena un anno fa. Ma oggi realistica.
L’aumento di capitale da un miliardo con esclusione del diritto d’opzione, previsto dalla banca nella parte finale dell’arco di piano industriale (cioè tra il 2014 e il 2015); e l’emissione di Monti bond per 3,9 miliardi, destinati al Tesoro, la cui remunerazione (intorno al 10%) potrà essere pagata in azioni della banca, cioè emettendo nuovi titoli riservati, avranno l’effetto di far scendere la Fondazione, che però ha dato in garanzia il 33,5% di Montepaschi ai creditori. Cosa accadrà di quel pegno (che copre un debito residuo di 350 milioni) quando il pacchetto azionario Mps comincerà a diluirsi?
Una risposta a questo interrogativo arriverà nei prossimi giorni, quando sapremo tutte le condizioni concordate con Bruxelles per i Monti bond e la remunerazione 2012 dei Tremonti bond (1,9 miliardi di euro), ancora in vita e destinati a essere assorbiti dalla nuova emissione. Si tratta di 170 milioni relativi a quest’anno, che dunque la banca dovrà pagare allo Stato dopo l’approvazione del bilancio, la prossima primavera, e di circa 390 milioni per i prossimi esercizi (su 3,9 miliardi di Monti bond), in pagamento dal 2014.
Se, come sembra, Siena potrà utilizzare anche strumenti diversi (altre obbligazioni?), il problema verrà superato dando tempo alla Fondazione di rimborsare almeno in parte il suo debito, attraverso la vendita degli ultimi asset disponibili e di quote Mps. Lo Stato comunque non entrerà nel capitale del Monte prima della metà del 2013 e Siena può sempre sperare che il titolo della banca torni a brillare in Borsa, riducendo così l’impatto negativo sulle garanzie date in pegno. Sono davvero lontani i tempi in cui la Fondazione diceva di non voler scendere sotto il 50 per cento. Eppure è passato poco più di un anno.

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