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Fondazione Mps, l’ipotesi di un socio

di Fabrizio Massaro

MILANO — La Fondazione Mps ha raggiunto un ok di massima con le banche, esposte per oltre 1 miliardo, a non escutere i pegni sulle azioni del Montepaschi date a garanzia dei finanziamenti. L'accordo complessivo di rinegoziazione però non c'è ancora, e secondo fonti bancarie serviranno ancora alcune ore, se non qualche giorno. La Fondazione ha parlato di «trattativa avanzata» per «ridefinire la struttura delle garanzie» sui finanziamenti in essere: quello da 600 milioni (ora 520 milioni) in scadenza al 2017 con un pool di 11 banche capitanate da Jp Morgan per l'aumento di capitale da 2 miliardi della scorsa primavera, e due prestiti del 2008 con Mediobanca (200 milioni) e Credit Suisse (300 milioni).
La Fondazione rischia l'escussione delle azioni a causa dello sforamento dei covenant legati all'andamento del titolo (ieri ha chiuso a 0,244 euro, +2,27%). L'ente presieduto da Gabriello Mancini ha in scadenza una rata di interessi a dicembre e un'altra nel 2012 con in più un rimborso parziale di 200 milioni. La volontà delle banche è dare alla Fondazione la sicurezza che le azioni non saranno aggredite e contemporaneamente concedere «più tempo per dismettere quello che deve essere dismesso».
È qui il cuore del problema: la Fondazione deve fare cassa cedendo asset, visto che — anche per le indicazioni delle autorità di vigilanza — le banche dovranno essere parche di dividendi. Per questo sembra ormai definitivamente rotto il tabù del controllo assoluto nella banca (oggi Palazzo Sansedoni è al 48,4% del capitale totale), che pure era stato confermato di recente dai consigli comunale e provinciale di Siena. L'ipotesi è l'ingresso di un socio che rilevi dall'ente (o sottoscriva in aumento di capitale) il 10-15% di Mps ora in mano alla Fondazione. Sull'acquirente le ipotesi si sprecano: o un privato sul modello Bonomi-Investindustrial in Bpm, o un'istituzione finanziaria (Axa? Santander? Intesa Sanpaolo?) o perfino un soggetto vicino allo Stato come la Cdp o il Fondo strategico. Fra gli altri asset cedibili dalla Fondazione ci sono lo 0,9% residuo in Mediobanca e le quote nei fondi Clessidra e Sator (a libro iscritti per 90 milioni), il 67% dell'immobiliare Sansedoni (122 milioni in bilancio), il 36% della tenuta Fontanafredda (32 milioni), mentre sono considerate strategiche — anche perché rendono — le quote in Cdp e F2i.
La partita non è semplice perché si intrecciano vari temi, anche politici. Domenica sera si sarebbe tenuta una riunione riservata del sindaco Franco Ceccuzzi con i membri della Fondazione. In più il consiglio di amministrazione di Mps è in scadenza ad aprile e il presidente della banca, Giuseppe Mussari, e quello della Fondazione, Gabriello Mancini, non sembrano essere più in linea. Mussari sarebbe stato avvisato solo pochi giorni fa della situazione della Fondazione. Inoltre un nuovo socio potrebbe volere peso adeguato nella governance.
C'è poi da superare lo scoglio dell'aumento di capitale richiesto dall'Eba. L'indicazione provvisoria è di 3 miliardi e si attende a breve quella definitiva. Mussari ha contestato sia le minusvalenze sui titoli di Stato sia il dover calcolare a valori di mercato anche i derivati di copertura sui bond stessi. Se Eba e Bankitalia accogliessero i rilievi e considerasse capitale i bond con JpMorgan, Mps potrebbe evitare l'aumento.
Certamente le cose cambieranno per la Fondazione: nel 2010 aveva erogato a Siena 108 milioni. Per il 2011 il bando per le erogazioni non è ancora stato lanciato. E dovrebbe limitarsi a finanziare gli enti nominanti (Comune e Provincia fra tutti) e i progetti pluriennali già avviati.
 

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