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Fondazione al bivio sulla sottoscrizione

Quello che inizierà la prossima settimana, con il via all’aumento di capitale da 3 miliardi di Banca Monte dei Paschi, potrebbe non essere l’ultimo atto della Fondazione Mps nell’azionariato del gruppo senese. Un ulteriore, sensibile ridimensionamento rispetto alla partecipazione attuale (2,5%), sembra ineluttabile. Per sottoscrivere pro quota la manovra, infatti, l’Ente presieduto da Marcello Clarich dovrebbe mettere in gioco altri 75 milioni, dopo che dal 2008 a oggi ha impegnato (e perso) 4,5 miliardi sul tavolo di Rocca Salimbeni, dove ha visto evaporare buona parte del proprio patrimonio, passato dai 6 miliardi del 2007 a poco più di 500 milioni.
A Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione, le bocche sono cucite. L’edifico storico, con affaccio su Piazza del Campo, è stato anche bonificato da eventuali “cimici” per il timore di una fuga di notizie. E così, mentre in Borsa il titolo Mps continua a perdere terreno (-11% dai 10,5 euro post raggruppamento delle azioni), a Siena si respira l’aria che contraddistingue i momenti delle scelte senza appello: sottoscrivere significherebbe impegnare ancora una volta dentro il Monte una fetta non irrilevante del patrimonio residuo, con una prospettiva di remunerazione al 2017 e il ragionevole timore di vedere la quota ridotta a dimensioni davvero marginali, da prefisso telefonico, in caso di aggregazione; non sottoscrivere vorrebbe dire alzare bandiera bianca, rassegnarsi al corso della storia, accettando fin da ora la pressochè definitiva uscita di scena dell’ex azionista unico, poi azionista di maggioranza assoluta, poi grande azionista, quindi azionista strategico in quanto partner di “peso” di un patto di sindacato che raccoglie il 9% del capitale (insieme al 4,5% di Fintech e al 2% di Btg Pactual).
C’è una terza possibilità: la Fondazione, il cui statuto indica come prioritari sia la tutela e valorizzazione del patrimonio, sia il mantenimento a Siena della sede di Banca Mps, potrebbe optare per vendere una parte dei diritti e sottoscrivere solo parzialmente l’aumento di capitale, dosando così l’atterraggio, continuando a garantire i consiglieri espressi nel board appena rinnovato (Fiorella Kostoris, Fiorella Bianchi, Lucia Calvosa, oltre al presidente Alessandro Profumo peraltro in uscita, che insieme ai nomi indicati dagli altri pattisti, l’amministratore delegato Fabrizio Viola, il vice presidente Roberto Isolani e Christian Wamond, rappresentano metà della governance della banca), e soprattutto riuscendo a mantenere un piede nella stanza dei bottoni. Nelle prossime ore la Fondazione farà le sue scelte. Altrettanto faranno Fintech e Btg Pactual, che finora non sono usciti allo scoperto, anche se la loro adesione all’aumento di capitale appare scontata, in questo caso proprio per tutelare l’investimento fatto che, complessivamente, supera i 500 milioni.
Tra i principali azionisti di Mps, solo Axa (3,7%) e Alessandro Falciai (1,7%) hanno già detto di voler sostenere la manovra di rafforzamento del capitale di Rocca Salimbeni, necessaria per restituire un miliardo di Monti bond allo Stato e per migliorare i ratios patrimoniali. Anche se non basterà. Perché la vigilanza europea ha già indicato come necessaria un’aggregazione. Due tappe, l’aumento da 3 miliardi e il matrimonio d’interesse, che promettono di cambiare radicalmente gli assetti azionari e il profilo societario della banca senese.

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