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Foia, la trasparenza amministrativa può attendere

Il decreto legislativo sulla trasparenza amministrativa (Foia, Freedom of information act, del 2016) è stato celebrato come una grande conquista dei cittadini, che finalmente potranno avere accesso a tutti (o quasi) i loro dati in possesso della pubblica amministrazione. L’obiettivo era quello di cambiare la filosofia di fondo dell’accesso alle informazioni detenute dalla pubblica amministrazione, consentendo a ciascuno di entrarne in possesso, indipendentemente dal motivo per il quale l’accesso è richiesto, salvo ovviamente una serie di eccezioni che continuano a giustificare la riservatezza di una serie di informazioni, come per esempio quelle rilevanti per la sicurezza pubblica, la difesa nazionale, le relazioni internazionali, la conduzione delle indagini ecc. Avrebbe potuto essere una rivoluzione per le imprese che gestiscono big data o le grandi società di marketing. Il Foia avrebbe dovuto rendere possibile l’accesso a dati che, opportunamente elaborati, possono avere un valore enorme per chi fa profilazione clienti, analisi di mercato, marketing ecc.

Ma i risultati concreti sono stati pressoché nulli.

La possibilità di distribuzione e di utilizzo dei dati in mano pubblica non ha dato i suoi frutti a causa di una complessità (o meglio, confusione) normativa che impedisce a imprese e cittadini di sfruttare le potenzialità delle norme che dovrebbero garantire la trasparenza. Il problema di fondo è che sembra quasi ci sia una guerra non dichiarata tra Garante privacy e Autorità anticorruzione, da una parte, e ministero della funzione pubblica dall’altra. L’interpretazione del Foia, sostenuta dalle due authorities, è estremamente limitativa: di fatto, secondo loro, con le nuove norme non si aggiungerebbe nulla al diritto di accesso già garantito dalle norme precedenti. Una posizione di rigida tutela dei diritti individuali. Al contrario la Funzione pubblica ha sempre cercato, con provvedimenti amministrativi, di ampliare il più possibile gli spazi di trasparenza. Il Foia, come interpretato dal ministero, servirebbe a redistribuire i dati in funzione anche di impulso del mercato, ma la complessità normativa ha finora impedito ogni effetto positivo. In effetti ci si trova di fronte a un caso di opacità per surplus (teorico) di trasparenza. Ci sono almeno dieci possibilità, come si spiega nell’inchiesta pubblicata su questo numero di ItaliaOggi Sette, che consentirebbero l’accesso agli atti in possesso della pubblica amministrazione, ma l’astrattezza e la complessità delle norme sono tali che, per individuare la regola applicabile al caso concreto, è quasi sempre necessario rivolgersi a un giudice, anche perché le pubbliche amministrazioni, di fronte alla richiesta di dati, di solito fanno resistenza. Inoltre i pareri del Garante relativi a procedimenti di accesso Foia, fino a oggi, hanno rilevato quasi sempre possibili lesioni della privacy.

E anche i giudici fanno fatica ad applicare in modo univoco norme così complesse e generiche con il risultato che a confusione si aggiunge confusione. Lo ha riconosciuto anche la Corte costituzionale con la sentenza n. 20/2019 dove si afferma che con questo eccesso di trasparenza il rischio è quello di generare «opacità per confusione».

Così fiorisce un mercato non ufficiale dove si comprano e si vendono (sottobanco) ogni genere di dati personali.

Banche dati delle pratiche di autorizzazione commerciale, di procedimenti in materia di ambiente, analisi del territorio, e così via sono solo esempi di banche dati che possono avere un valore enorme per alcuni operatori di mercato, che avrebbero anche la possibilità di rielaborare e riutilizzare liberamente l’enorme mole di informazioni. Ma, per ora, è tutto fermo.

L’amministrazione pubblica detiene data base che nessun privato può sognarsi di avere, non ci sarebbe niente di male nel renderli disponibili all’utilizzo privato. Ma se è vero che questi dati sono un patrimonio di valore inestimabile per chi li sa utilizzare, perché regalarli invece di farli pagare a chi li richiede? Potrebbe essere un modo per trovare risorse finanziarie che permettono di ridurre la pressione fiscale su imprese e cittadini (che i dati non li utilizzano, ma ai quali i dati in definitiva appartengono). Se i big data sono il petrolio del futuro, perché lasciarlo inutilizzato nelle viscere della pubblica amministrazione invece di estrarlo e renderlo profittevole per tutti, cittadini e imprese?

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