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Focus sulle dismissioni nell’Est Europa

Il piano di dismissioni da 6 miliardi annunciato da Enel potrebbe cambiare nel giro di due anni il profilo internazionale del gruppo. L’ad. di Enel, Fulvio Conti, ieri ha voluto mantenere il riserbo su quali sono gli asset in vendita. Questa riservatezza, a fronte di una richiesta di fiducia al mercato nella capacità di raggiungere questo target in soli 24 mesi, forse è tra i motivi che hanno penalizzato ieri il titolo in Borsa. Assieme anche alla determinazione della società di andare avanti con un ambizioso piano di riacquisto di minoranze da 8,5 miliardi (contro 1,3 miliardi previsti nel piano dello scorso anno) senza indicare quali partecipazioni saranno interessate, eccezion fatta per le minoranze delle cilena Enersis di cui si è ampiamente parlato.
Conti però ieri qualche traccia sul terreno l’ha lasciata per risalire agli asset “for sale”. «Le attività da cedere sono asset che non consolidiamo oppure sono asset che controlliamo ma che hanno un compratore già individuato e non comportano un effetto sensibile sui margini. Le stime del piano tengono già conto dell’impatto delle cessioni sui margini», ha spiegato il top manager. Gli analisti hanno fatto presto a individuare nelle divisione internazionale l’area che vedrà una riduzione del perimetro di consolidamento. Nel mirino ci sono soprattutto le attività nell’Est Europa, in Slovacchia, Romania, Bulgaria, Grecia e Russia. In quelle aree il business non corre più come una volta o non è più nelle priorità. In Slovacchia, ad esempio, il calo dei prezzi dell’energia sta penalizzando la crescita del gruppo. Il punto di forza delle attività in quel Paese, tra le altre cose, era lo sviluppo del nucleare: ma ormai l’atomo non è più tra le priorità del gruppo italiano, senza contare il rallentamento che ha subito negli ultimi tempi la realizzazione dei nuovi impianti. Il caso slovacco potrebbe essere emblematico della strategia che Enel ha in mente: il gruppo elettrico con tutta probabilità intende utilizzare un parte del piano da 8,5 miliardi di riacquisto delle minorities per assicurarsi il 100 per cento di alcune società che controlla, allo scopo di rivendere l’intera partecipazione a un prezzo più elevato. In Slovacchia potrebbe accadere proprio questo, anche se non c’è alcuna conferma da parte di Enel. L’uscita è probabile dai mercati rumeno, turco e greco (nel 2012 hanno determinato una flessione dell’Ebitda di 58 milioni). Ma qualche disinvestimento è pensabile anche in Russia: un’eventuale cessione non riguarderebbe certo le centrali di Ogk5. Piuttosto il 19,6% detenuto nella società dell’upstream SeverEnergia, nel cui capitale Eni è presente con il 49 per cento, e il cui valore è calcolato dagli analisti attorno a 1,5 miliardi. Va detto che i 6 miliardi annunciati ieri da Conti includono 1 miliardo residuo del precedente piano (da vendere ancora la rete di alta tensione tra Cile e Argentina), ma soprattutto non riflettono l’incasso atteso dalla vendita, ma l’effetto in termini di riduzione del debito; si tratta quindi della cassa attesa più il debito che verrebbe deconsolidato dal gruppo Enel. Tornando al tema del riacquisto delle minoranze, il top manager di Enel ha ribadito che la gran parte di quei fondi serviranno al gruppo per consolidare in toto i margini delle attività nei Paesi in cui la crescita è forte – come il Sudamerica – e dunque aumentare l’utile per azione, un parametro importante preso a riferimento dalle agenzie di rating. È molto probabile, dunque, che nel piano sia riconfermato l’obiettivo di comprare anche le quote di minoranze delle controllate Sudamericane di Enel Green Power. È stato escluso invece il delisting di Endesa.

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