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«Fmi, staffetta Lagarde-Draghi? Dipende dalla sua disponibilità»

Le trattative per le nomine ai vertici europei, compresa quella alla Bce, sono state tese, complicate, lunghe, una settimana fa. Non è detto che la ricerca di un successore a Christine Lagarde al Fondo monetario internazionale sia più semplice. La managing director dell’Fmi è stata indicata come presidente della Bce dal prossimo 1° novembre, quando termina il mandato di Mario Draghi, e i movimenti diplomatici per scegliere chi la sostituirà sono già in corso. In gioco ci sono parecchie variabili.

Ieri, entrando a una riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha risposto a una domanda sulla possibile candidatura di Draghi alla guida dell’istituzione sovranazionale di Washington dicendo che «bisogna vedere la sua disponibilità». E che comunque «è troppo presto» per stabilire quale candidato sosterrà il governo italiano. In effetti, i piani futuri di Draghi sono questione innanzitutto sua, dopo otto anni decisamente intensi al vertice della Bce. Decidere di spostarsi già dal prossimo novembre nella capitale americana, dove ha sede l’Fmi, è qualcosa da ponderare: non solo per questioni logistiche e personali ma anche perché la guida del Fondo è più politica che tecnico-economica e mentre a Francoforte Draghi era la forza trainante della Bce a Washington sarebbe in una posizione dove le decisioni prese hanno effetti meno immediati, non sono sempre controllabili direttamente e comportano rapporti continui con i governi del mondo.

Dall’altra parte, se è vero che la candidatura del banchiere italiano potrebbe non essere avanzata dal governo di Roma, è probabile che se fosse proposta da qualche leader della Ue troverebbe poche opposizioni in Europa, visto il prestigio di cui gode. Questo non significa che sarebbe automaticamente nominato. È infatti vero che, per tradizione, la guida dell’Fmi va a un europeo e quella della Banca mondiale a un americano. Ma questa è stata la regola dell’equilibrio «atlantico»: oggi ci sono più Paesi emergenti – Cina, Brasile, India e altri – che nelle due istituzioni internazionali di Washington si sentono sottorappresentati e penalizzati. L’Fmi, per esempio, è accusato di avere destinato troppo tempo, attenzione e risorse al salvataggio della Grecia, cioè a un affare europeo, forse a scapito di altre situazioni di crisi. Fatto sta che i Paesi emergenti vogliono prima o poi rompere il dominio euro-americano su Fmi e Banca mondiale. Non è detto che sia la nomina a sostituto di Lagarde la volta in cui ci riusciranno, ma con ogni probabilità ci proveranno.

L’Europa, per parte sua, sta comunque già discutendo di quale nome avanzare: all’Eurogruppo di ieri si è sollecitata una candidatura comune della Ue. Un nome circolato a Bruxelles è quello dell’ex presidente dell’Eurogruppo stesso, l’olandese Jeroen Dijsselbloem. Ma nei giorni scorsi sono circolati anche i nomi dell’ex cancelliere dello Scacchiere britannico George Osborne, del governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney, dell’ex governatore della Reserve Bank of India Raghuram Rajan, della bulgara Kristalina Georgieva oggi alla Banca mondiale, dell’economista messicano Agustin Carstens oggi alla Banca dei regolamenti internazionali., e di Tharman Shanmugaratnam, presidente dell’autorità monetaria di Singapore.

Come si vede dalla lista, i candidati non sono solo europei e, anzi, a livello internazionale gli analisti di economia internazionale sottolineano che i punti di crisi che richiedono l’intervento dell’Fmi riguardano sì l’Europa e l’euro ma anche situazioni come la crisi argentina e quella ucraina, oggi particolarmente acute. In più, c’è la necessità di monitorare le economie di Cina, India e Brasile. Per non parlare delle tensioni che potrebbe dovere affrontare il prossimo managing director nel quadro delle guerre commerciali in atto. Draghi potrebbe mettere d’accordo molti, ma al momento è molto, molto prematuro fare previsioni.

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