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Fmi: ripresa globale fragile

Il punto debole è proprio, qui, sulle sponde del Mediterraneo. Il Fondo monetario internazionale non lascia dubbi: l’economia crescerà ovunque ma «l’Europa del Sud – ha spiegato il capoeconomista Olivier Blanchard – continua a essere la parte più preoccupante dell’economia globale». Al punto che, di nuovo, l’Fmi invita la Banca centrale europea a intervenire ancora.
Le nuove previsioni del Fondo – un aggiornamento di quelle di ottobre – continuano a indicare una ripresa globale non brillante, ma comunque ad ampio spettro. Per quel che valgono le previsioni – presuppongono per esempio, cambi reali effettivi invariati… – un +3,7% globale per il 2014 e un +3,9% per il 2015, in buona sostanza confermati, sono comunque un ritmo più rapido di quello dei due anni precedenti. A fare la differenza sono soprattutto i paesi avanzati, a cominciare dagli Stati Uniti (+2,8% e 3,0%) e dalla Gran Bretagna (+2,4% e +2,2%, con forti correzioni al rialzo rispetto a ottobre).
Eurolandia invece resta lenta: il Fondo indica un +1% nel 2014 e +1,4% nel 2015. I numeri segnano comunque una svolta, rispetto ai segno meno registrati nel 2012 e nel 2013, ma l’area resta piuttosto sottotono. Anche la Germania non riuscirà a far meglio dell’1,6% quest’anno e dell’1,4% l’anno prossimo e la Francia passerà dallo 0,9% all’1,5 per cento. La struttura di fondo su cui è stata costruita Eurolandia – in sostanza i criteri del Trattato di Maastricht – presuppone una crescita reale media del 2,5%…
Il vero nodo è però l’Europa del Sud. Anche qui in realtà le prospettive migliorano: per l’Italia l’Fmi indica un +0,6% e un +1,1% per i due anni, per la Spagna corregge con decisione le proiezioni portandole al +0,6% e al +0,8%. In quest’area del Vecchio continente «prevediamo una crescita positiva per il 2014 ma questa crescita – ha avvertito Blanchard – è fragile. Le esportazioni sono forti, ma la domanda interna langue e soffre per l’interazione tra debole attività, deboli banche, deboli aziende, e la necessità del consolidamento fiscale». Sono queste interazioni che vanno interrotte, in modo da sostenere sia la domanda interna che quella estera.
Qualcosa dovrà fare anche la Banca centrale europea. Tutta Eurolandia, e non solo l’area meridionale, deve affrontare il rischio di deflazione, quantificato nel 10-20%, ma anche la realtà di un’inflazione molto bassa. «Più basso è il tasso di inflazione – ha aggiunto Blanchard – e, a fortiori, più alto il tasso di deflazione, maggiore è il pericolo per la ripresa dell’area euro». La Bce, spiega allora l’Fmi, dovrà «valutare misure addizionali», tra cui «l’offerta di liquidità a più lungo termine» e «prestiti mirati», per «rafforzare la domanda e ridurre la frammentazione finanziaria». Occorre inoltre risanare le banche per «migliorare il clima, far rivivere il credito, e per tagliare il nesso tra titoli di Stato e banche».
Anche la Federal Reserve e le altre banche centrali dei paesi avanzati dovranno però fare attenzione. È vero le economie ricche vanno più veloci ma «sarà importante evitare un ritiro prematuro della politica monetaria espansiva, anche negli Stati Uniti, dal momento che gli output gap (la distanza tra la crescita effettiva e quella potenziale, Ndr) sono ancora ampi mentre l’inflazione è ampia e il consolidamento fiscale continua». Occorre una crescita maggiore, spiega il Fondo, per riparare i bilanci e ridurre i rischi ereditati dalla recessione. L’inflazione, del resto, non preoccupa: è prevista per l’insieme dei paesi avanzati all’1,7%-1,8%, mentre i tassi sui depositi a tre mesi sono indicati allo 0,4-0,6% sul dollaro Uniti e allo 0,3-0,5% sull’euro.
A inquietare l’Fmi sono anche le possibili ricadute di una stretta monetaria nelle economie ricche sui paesi Emergenti. Qui la crescita resta relativamente robusta (+5,1% e +5,4% nei due anni), ma la riduzione degli acquisti di titoli da parte della Fed (il tapering) potrebbe causare «volatilità sui mercati finanziari e sui flussi di capitale». Deflussi di fondi e cambiamenti nei portafogli sono «verosimili», e generano rischi per le economie che hanno debolezze interno e deficit nei conti con l’estero. Saranno necessari aggiustamenti dei cambi, o – in presenza di cambi fissi o “governati” – politiche monetarie rigorose, più controlli e più regole. Alla Cina, in più, il Fondo raccomanda di bilanciare la domanda domestica a favore dei consumi per evitare i rischi legati a eccessivi investimenti.

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