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Fmi: più rischi da Cina e emergenti

I grandi Paesi emergenti, a partire dalla Cina, rappresentano un rischio crescente per i mercati finanziari mondiali e c’è la possibilità che trasmettano un contagio sulle Borse dei Paesi avanzati, secondo uno studio diffuso ieri dal Fondo monetario. Lo stesso Fmi, in un altro capitolo del rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria globale, mette in guardia sui rischi per il sistema finanziario internazionale derivanti dalle compagnie di assicurazione.
I rischi posti dai mercati emergenti sono destinati a crescere, secondo l’Fmi, man mano che cresce la loro interconnessione finanziaria con i mercati avanzati. «È probabile che le ripercussioni dalla Cina sui mercati finanziari globali aumentino notevolmente nei prossimi anni», afferma il rapporto. Già la scorso anno e all’inizio di questo, le incertezze sulla Cina hanno provocato forti turbolenze sui principali mercati. Secondo i calcoli dell’Fmi, le ripercussioni, o spillover, dai più importanti Paesi emergenti sulle economie avanzate sono aumentate del 28% rispetto alla crisi globale iniziata nel 2008. Nel 2015, stima il Fondo monetario, i movimenti di tutti i mercati azionari possono essere attribuiti per l’80% a mercati di altri Paesi, contro il 50% nel 1995. In particolare, un terzo dei movimenti delle Borse e del mercato dei cambi nei Paesi avanzati viene attribuito ora a eventi generati nei grandi Paesi emergenti.
L’effetto Cina sembra essere particolarmente pronunciato, nonostante i legami diretti fra i mercati finanziari cinesi e quelli dell’Occidente siano limitati. «Vediamo la Cina come un caso unico per ora – ha detto Gaston Gelos, uno degli autori del rapporto – in termini di capacità delle notizie economiche dalla Cina di influenzare i mercati nel resto del mondo». La connessione con gli altri Paesi emergenti, soprattutto i produttori di materie prime, come il Brasile, è più diretta, in quanto questi hanno prosperato negli anni scorsi grazie al forte incremento della domanda di commodities da Pechino. Lo studio, ammettono i suoi autori, non spiega del tutto l’effetto di contagio proveniente dagli emergenti, che appare avere anche una componente psicologica, dato che le notizie dalla Cina influenzano simultaneamente milioni di investitori in tutto il mondo, che a volte non sono perfettamente in grado di discernerne la portata. L’Fmi ritiene che sia importante una migliore vigilanza sui fondi che investono nei mercati emergenti.
La crescente importanza di un mercato come quello cinese deriva anche dalla maggiore apertura sancita negli ultimi mesi dalle autorità, che favorirà gli investimenti esteri di portafoglio, oltre che dalla inclusione della valuta cinese nel paniere del Fondo monetario, i diritti speciali di prelievo, che dovrebbe attrarre l’interesse delle banche centrali. Il rapporto dell’Fmi ricorda che il mercato obbligazionario cinese, oggi il terzo al mondo con un volume di 6.700 miliardi di dollari, cresciuto a un tasso annuale di oltre il 20% negli ultimi cinque anni, è stato chiuso agli stranieri fino allo scorso anno, quando sono state liberalizzate le operazioni delle banche centrali e dei fondi sovrani.
Nel suo rapporto, il Fondo monetario rileva anche che sono aumentati i rischi sistemici derivanti dalle compagnie di assicurazione, anche se restano «chiaramente» al di sotto di quelli creati dalle banche, sulle quali si sono concentrati finora gli sforzi principali delle autorità di regolamentazione internazionali. Il livello di rischio è in aumento soprattutto per quanto riguarda il ramo vita, nota il rapporto, secondo cui esiste anche il pericolo che le compagnie possano contagiare le banche, specialmente in Nord America e in Europa.
Secondo l’Fmi, la vigilanza andrebbe rafforzata anche su compagnie più piccole e più deboli, non solo quelle già individuate come sistemiche. Nell’attuale situazione di tassi d’interesse molto bassi, sono le compagnie più deboli quelle che accettano maggiori rischi nella ricerca dei rendimenti. Il Fondo critica fra l’altro la mancanza di una regolamentazione uniforme negli Stati Uniti, che può dar vita alla ricerca di giurisdizioni dove i controlli siano meno stringenti.

Alessandro Merli

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