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Il Fmi: Italia, crescita verso l’1,3% Il freno ? La pubblica amministrazione

C’è un cambio di tono: ora il Fondo monetario vede qualche progresso nel percorso di risanamento finanziario dell’Italia. Nel medio termine è atteso un surplus strutturale di bilancio, pari allo 0,5% del Pil, che in prospettiva faciliterà l’ abbattimento del debito. Restano, però, «rischi significativi» e gravi ritardi. Due i più vistosi: il costo del lavoro nel settore privato e l’efficienza della pubblica amministrazione.

Domani il board del Fmi si riunisce a Washington per discutere e approvare il Rapporto sull’Italia. Il «Corriere» ne ha ricostruito i contenuti principali che sono già all’esame del Ministero dell’Economia e della Banca d’Italia.

La parte tabellare conferma le cifre già fissate nel documento stilato il 12 giugno scorso dagli esperti Fmi in missione a Roma. La previsione di crescita per il 2017 sarà pari all’1,3% con una proiezione media intorno all’1% da qui al 2020. In teoria è possibile, anche se non è molto probabile, che la stima venga aggiornata all’ultimo momento, aggiungendo uno 0,1% in più.

Il Fmi riconosce gli sforzi compiuti dal governo sui conti pubblici. Il rapporto tra deficit e Pil si dovrebbe attestare intorno all’1,2% nel 2018. Ma la cosa più interessante è la «tendenza zero» che si dovrebbe materializzare nel giro di qualche anno.

Sul piano strettamente economico il paragrafo più severo è dedicato ai costi operativi di produzione. Un fattore di vulnerabilità indicato con enfasi anche nell’edizione del 2016. Quest’anno il Fondo esamina il problema, confrontando il costo del lavoro per unità di prodotto italiano (Clup) con quella tedesca. Il risultato è impietoso: il sistema Italia ha un distacco tra il 20 e il 30% rispetto alla Germania. Certo, la rilevazione è puramente quantitativa e non tiene conto della qualità dei manufatti per esempio. Produrre di più, non significa necessariamente produrre meglio. Tuttavia lo scarto con i tedeschi, concorrenti diretti in tanti comparti industriali, è oggettivamente pesante.

I passaggi più duri, però, riguardano la pubblica amministrazione, giudicata costosa, inefficiente, arretrata. Più in generale il Fmi descrive «un clima di corruzione percepita» in tutte le attività, come gli appalti per esempio, dove vengono in contatto apparato pubblico e settore privato.

Nel 2016 l’epicentro negativo del rapporto era stato il sistema bancario. Nel 2017 si registra almeno un’attenuazione dell’analisi. I «non performing loans», cioè l’insieme delle sofferenze e dei crediti incagliati, restano ancora a livelli elevati, ma viene notato un miglioramento rispetto al recente passato.

Anche la vicenda delle banche in crisi viene descritta in modo fattuale, evitando giudizi di merito. Si fa riferimento alle operazioni di ricapitalizzazione, senza neanche citare le tre banche coinvolte, cioè Monte dei Paschi, Banca Veneta e Banca Popolare di Vicenza. Il 4 luglio scorso, la Commissione europea ha approvato il piano per la «ricapitalizzazione precauzionale» del Monte dei Paschi, messo a punto dal ministro Pier Carlo Padoan: aiuti di Stato per 5,4 miliardi di euro. È possibile che il Fondo abbia adottato una linea morbida, più politica, per non entrare in rotta di collisione con Bruxelles.

Giuseppe Sarcina

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