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Fmi: economia mondiale in frenata

La frenata dei Paesi emergenti spinge al ribasso la crescita mondiale, mentre nelle economie avanzate, fra cui l’Italia, ma con l’eccezione del Giappone, la ripresa migliora gradualmente, ma non abbastanza da compensare il calo delle altre aree. I Paesi esportatori di materie prime e i cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina), considerati fino a qualche anno fa le nuove potenze dell’economia globale, sono in grave difficoltà.
Il Fondo monetario internazionale ha tagliato dello 0,2% le sue previsioni di crescita globale per quest’anno e il prossimo portandole rispettivamente al 3,1% (in calo dal 3,4% registrato nel 2014) e al 3,6%, definendo l’espansione «modesta». I rischi al ribasso sono più pronunciati rispetto alle ultime valutazioni del luglio scorso, secondo il “World Economic Outlook” appena diffuso a Lima, alla vigilia degli incontri annuali dell’Fmi e della Banca mondiale. «Sei anni dopo l’uscita dalla più profonda recessione del dopoguerra, il ritorno a un’espansione globale robusta e sincronizzata, il Sacro Graal per l’economia, ancora non c’è», ha dichiarato Maurice Obstfeld, il nuovo capo economista dell’Fmi, appena insediato per sostituire Olivier Blanchard. Con la nuova previsione, l’economia mondiale sfiora il 3%, considerata la soglia di una recessione globale. Un’ipotesi che, secondo Obstfeld, «non è lo scenario di base» dell’Fmi.
L’attenzione degli economisti del Fondo è concentrata sulle economie emergenti, sulle quali pesa il crollo dei prezzi delle materie prime, la ricaduta del passato boom creditizio e, in alcuni casi, l’instabilità politica. La crescita dei Paesi emergenti è in calo nel 2015 per il quinto anno consecutivo, al 4%, prima di risalire, nelle previsioni dell’Fmi, al 4,5% nel 2016.
La frenata della Cina, sulla quale ci sono ora serie preoccupazioni per la crescita futura, è in linea con le attese, ma ha avuto ripercussioni maggiori del previsto, secondo l’Fmi, come dimostrano le turbolenze sui mercati finanziari nel mese di agosto. Se la Cina sta rallentando da oltre il 7% verso il 6%, Russia e soprattutto Brasile sono in recessione. Solo l’India, fra i Bric, tiene, con una crescita superiore al 7 per cento. Presto, gli emergenti dovranno confrontarsi anche con la restrizione delle condizioni finanziarie dovuta al rialzo dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, che il Fondo monetario ha a lungo consigliato di rinviare, ma che appare molto probabile entro la fine dell’anno. L’America latina, proprio la regione dove si svolgono le riunioni di quest’anno, è particolarmente in crisi, precipitando quest’anno addirittura in una contrazione dello 0,3, trascinata dalla recessione di due grandi, come Brasile e Venezuela. Ma altri Paesi, dove la politica economica è stata più appropriata, come Colombia, Cile e Perù, padrone di casa di questi meeting, tengono meglio.
L’Eurozona, che è stata a lungo una delle aree più problematiche dell’economia mondiale (e il Fondo non manca di rimarcare che ci sono ancora incertezze sul futuro della Grecia nella moneta unica), è in ripresa graduale. Crescerà dell’1,5% nel 2015 e dell’1,6% nel 2016. Fra le sorprese positive c’è l’Italia (con un rialzo dello 0,1% delle stime per entrambi gli anni), insieme a Spagna e Irlanda. L’Fmi insiste che la Banca centrale europea deve mantenere lo stimolo della politica monetaria e possibilmente incrementarlo, con l’uso sia del quantitative easing sia del ribasso dei tassi d’interesse. La politica monetaria – ha detto Thomas Helbling, economista dell’Fmi – ha avuto successo, ma l’inflazione resta nettamente al di sotto dell’obiettivo e le prospettive sono peggiorate negli ultimi tempi, anche a causa del calo dei prezzi delle materie prime. La disoccupazione resta alta e lo spazio per uno stimolo di bilancio è limitato: dove esiste, come in Germania, non viene sfruttato. «È importante tenere aperte tutte le opzioni di politica monetaria – ha affermato Helbling – e utilizzare sia il Qe, sia il tasso sui depositi, che però è già negativo e quindi potrebbe avere un impatto limitato». Recentemente, il presidente della Bce, Mario Draghi ha dichiarato che la Bce potrebbe alterare «dimensioni, durata e composizione» degli acquisti di titoli, citando esplicitamente la possibilità di prolungare il Qe oltre la scadenza del settembre 2016, mentre sui mercati finanziari molti ritengono che un ulteriore ribasso dei tassi potrebbe essere più efficace.
Obstfeld ha osservato anche che l’emergenza rifugiati può rappresentare per l’Europa un problema nel breve periodo per i costi imposti ai bilanci pubblici, ma nel lungo periodo potrebbe avere un effetto positivo attraverso l’ampliamento della forza lavoro.

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