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Fmi: crescita italiana allo 0,5%

Accelerano i grandi Paesi industriali, frenano gli emergenti. La crisi dell’area euro non è più il grande pericolo all’orizzonte dell’economia mondiale, ma la Grecia rischia un’uscita «molto costosa e molto dolorosa» dall’unione monetaria, un’uscita che il resto dell’eurozona è ora meglio attrezzata per affrontare. Il Quantitative easing (Qe) della Banca centrale europea è stato «un grande successo» e il costo dei prestiti è in calo, ma in Italia «la capacità delle banche di fornire credito è uno dei problemi, probabilmente peggiore che negli altri grandi Paesi dell’area euro», secondo il capo economista del Fondo monetario, Olivier Blanchard.
L’Fmi ha diffuso ieri le sue previsioni di crescita per l’economia mondiale, che sono attorno al 3,5% sia per quest’anno sia per il prossimo, sostanzialmente invariate rispetto a gennaio. I grandi Paesi industriali accelerano dall’1,8% del 2014 al 2,4% del 2015, anche se il Fondo ha dovuto tagliare le stime sugli Stati Uniti, dopo gli ultimi dati meno positivi delle attese, anche se, sia per quest’anno sia per il prossimo, l’espansione dell’economia Usa resta sopra il 3%. L’eurozona viaggia a un ritmo che è la metà circa, anche se con un piccolo ritocco al rialzo da gennaio. L’Italia è in coda all’area euro, ma lo 0,5% indicato dall’Fmi per quest’anno – si dice convinto il direttore esecutivo che rappresenta il nostro Paese, Carlo Cottarelli, già commissario alla revisione della spesa – potrebbe rivelarsi più alto (la previsione del Governo è di 0,7%) ed essere rivisto al rialzo dopo la missione dei tecnici dell’Fmi in Italia il mese prossimo. «Sarà importante vedere i dati del primo trimestre», ha detto Cottarelli a Sky Economia.
In genere, i Paesi industriali si avvantaggiano della caduta del prezzo del petrolio e, nel caso dell’Europa, anche della caduta dell’euro sul dollaro, che riflette soprattutto la diversa politica monetaria di Federal Reserve e Bce. La prima, secondo Blanchard, si muoverà alzando i tassi d’interesse a seconda dell’evoluzione dei dati dell’economia, la seconda ha avuto «un grande successo» con il Qe, che l’Fmi sollecitava da tempo. Ora «aspettiamo la trasmissione all’economia reale», ha osservato un collaboratore di Blanchard, Thomas Helbling. Il peso dei crediti deteriorati e la debolezza delle banche sono un handicap nella trasmissione dell’impulso del Qe, secondo Helbling.
L’Europa non presenta più il rischio di una recessione, che fino all’anno scorso per l’Fmi era il pericolo più grave per l’economia mondiale, ma l’incognita Grecia continua a pesare. L’Fmi continua a prevedere un’irrealistica crescita del 2,5% nel 2015 e del 3,7% nel 2016, ma solo perché ha voluto evitare di tagliare drasticamente i numeri nel pieno del negoziato con i creditori. Blanchard avvisa che un fallimento della trattativa e un’uscita della Grecia dall’euro sarebbero «estremamente costose, estremamente dolorose» per Atene. Il resto dell’eurozona è in una posizione migliore per affrontare quest’ipotesi, avendo creato sistemi di protezione che prima non c’erano, anche se non sarà tutto rosse e fiori. I mercati, secondo il capo economista dell’Fmi, andrebbero rassicurati e l’occasione andrebbe usata per fare progressi sull’unione fiscale e politica.
I mercati emergenti e i Paesi in via di sviluppo stanno decelerando fino al 4,3% di quest’anno, ma con un quadro molto diversificato. L’India, che secondo l’Fmi dovrebbe crescere del 7,5% sia nel 2015 sia nel 2016, sembra aver raccolto il testimone dalla Cina, ma anche il rallentamento di quest’ultima, quest’anno e il prossimo, non è malvisto dal Fondo.
È un «buon rallentamento», secondo Gian Maria Milesi-Ferretti, vice di Blanchard, che dovrebbe portare a una struttura più equilibrata dell’economia e a una riduzione delle vulnerabilità. Male invece la Russia, in profonda recessione, e il Brasile, che è stato costretto a rettificare il tiro della politica economica dopo gli errori degli anni scorsi.

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