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Fmi: alzare l’Iva e ridurre l’Irpef, il reddito di cittadinanza non va

ROMA

L’idea di usare l’Iva per trovare fondi da destinare alla riforma fiscale chiamata a tagliare l’Irpef trova una sponda nel Fondo monetario internazionale. Che boccia un reddito di cittadinanza giudicato troppo alto per non frenare la partecipazione al lavoro e mal costruito per le famiglie più numerose.

Riforma Irpef e antievasione

Il peso di tasse e contributi italiani sul lavoro, ribadiscono gli analisti del Fondo nel rapporto diffuso ieri sul nostro Paese, è eccessivo, perché arriva al 48% contro il 42% della media europea. In questo contesto il taglio del cuneo appena avviato dal governo per meno di tre decimali di Pil a regime è «modesto». Ma c’è lo spazio per interventi più ambiziosi, fino al 2% del Pil: a patto di semplificare il quadro delle aliquote agevolate dell’Iva e razionalizzare sconti e deduzioni. L’altra spinta può arrivare dalla lotta all’evasione fiscale, su cui il governo ha posto un’«enfasi» che per essere realizzata ha bisogno però di un rafforzamento dell’agenzia delle Entrate: a partire da una rapida copertura dei buchi d’organico che stanno provocando l’agitazione del personale e rappresentano una dei dossier più caldi sulla scrivania del neo-direttore Ernesto Maria Ruffini.

Deficit e crescita lenta

Il capitolo fiscale è uno dei passaggi del Rapporto più apprezzati al ministero dell’Economia. Dove invece si storce il naso di fronte alle stime sul deficit, che per il Fondo è destinato a tornare quest’anno al solito 2,4% che negli ultimi 18 mesi ha rappresentato il tormentone della finanza pubblica italiana. Perché per il Fmi la lunga stagnazione italiana ha colpito la crescita italiana, che non andrà oltre lo 0,5% quest’anno e oscillerà intorno a uno spento 0,6-0,7% anche nei prossimi tenendo l’Italia in fondo alla classifica continentale. Diversa è l’idea del Mef, che conferma l’obiettivo del 2,2% e fa trapelare un certo ottimismo sulla possibilità di fare anche meglio sulla base del fatto che pure il consuntivo 2019 pare destinato a chiudersi sotto il 2,1% previsto fin qui.

Rischio shock

È lo stesso Fondo monetario del resto a riconoscere che il 2019 è andato meglio delle previsioni della vigilia e a sostenere che la chiusura della sfida alla Ue con il cambio di governo ha aiutato, insieme all’azione della Bce, a portare i rendimenti dei Btp al loro minimo storico. La calma piatta dei tassi apre secondo il Rapporto una finestra di opportunità che non andrebbe sprecata perché la crescita anemica e la produttività ferma tengono apeta la porta della finanza pubblica italiana al rischio di shock recessivi. Anche perché il debito, calcolato dal Fondo monetario come dagli altri organismi internazionali senza contare le clausole Iva, sembra destinato a stazionare a lungo intorno al 135% del Pil.

Reddito da ripensare

Sfruttare la finestra di opportunità significa portare avanti il menu consueto delle «riforme strutturali» che torna in tutti i rapporti dell’Fmi. Ma che oggi incrocia due nodi di stretta attualità per la cosiddetta «fase 2» che il governo prova a costruire a partire dalla verifica in programma oggi.

Il primo è il reddito di cittadinanza, su cui il giudizio è secco. Il suo importo, «ben al di sopra dei benchmark internazionali», finisce anche secondo l’Fmi per disincentivare la partecipazione al lavoro. E la sua architettura, che partendo da una base alta non può crescere in proporzione al numero dei figli per ragioni di limiti alle risorse, penalizza soprattutto «le famiglie numerose e più povere».

Pensioni contributive

Sulle pensioni la fine di Quota 100, nel 2021 o prima secondo alcune ipotesi circolate nelle scorse settimane, è per il Fondo un’ottima notizia. Che riapre però il tema della flessibilità in uscita. Tema delicato, perché secondo le proiezioni la messa in sicurezza dei conti prodotta dalla riforma Fornero sarà garantita solo in un orizzonte lungo, da raggiungere superando una fase di crescente pressione sulla spesa. Su queste basi si può ragionare di flessibilità in uscita, concede il rapporto, a patto che le pensioni anticipate siano di fatto ricalcolate con il contributivo per garantirne la sostenibilità.

No al Fitd salvacrisi

Anche sulle banche il giudizio del Fondo è in chiaroscuro. I progressi misurati dalla discesa degli Npl (dal 16% dei prestiti 2016 al 7,3% del settembre 2019) è evidente. Ma le gestioni straordinarie delle crisi rischiano secondo gli analisti di posticiparne la risoluzione. In particolare, l’Fmi sostiene la necessità di evitare il più possibile di passare dal Fitd per il sostegno alle banche, come sta accadendo ora per PopBari. Anche se non va dimenticato che fin qui gli interventi preventivi sono riusciti a evitare effetti a catena su sistema bancario ed economia reale.

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