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Flat tax, cedolare secca e sostitutive da record a quota 23 miliardi

Cedolare secca sugli affitti, flat tax per i lavoratori autonomi e altre imposte sostitutive hanno raggiunto i 22,7 miliardi di gettito per l’Erario. Una cifra record che rende ancora più delicato il dossier dei regimi fiscali alternativi, in vista della riforma fiscale annunciata dal Governo di Mario Draghi.

Per ora il premier ha messo pochi paletti, ma chiari. Primo: il sistema fiscale rimarrà «progressivo». Secondo: sarebbe meglio non modificare le imposte una alla volta. Terzo: entro il 31 luglio sarà presentato un disegno di legge delega che terrà conto del lavoro svolto finora dalle commissioni Finanze di Camera e Senato.

Nei mesi scorsi, le audizioni davanti a deputati e senatori si sono concentrate soprattutto sull’Irpef. Ma è chiaro che riformare solamente questo tributo vorrebbe dire limitarsi a ridisegnare la tassazione per dipendenti e pensionati. Da questi soggetti, infatti, arriva ormai da anni il grosso di quella che un tempo era l’imposta “universale” sui redditi delle persone fisiche (si veda anche l’articolo in basso). Nasce da qui la previsione che la riforma fiscale – anche se non dovesse coinvolgere l’Iva e le patrimoniali – finirà come minimo per coinvolgere i regimi fiscali sostitutivi che hanno via via eroso la base imponibile della vecchia Irpef.

Per qualcuno, questa previsione è una speranza. Per altri, un timore. A maggior ragione dopo che il coronavirus ha colpito duramente l’economia, e in particolare tanti titolari di partita Iva. Si spiega anche così l’interrogazione presentata il mese scoreso da Fratelli d’Italia per chiedere rassicurazioni sulla sorte della flat tax degli autonomi: question time a cui il ministero dell’Economia ha risposto smentendo che ci sia in programma un innalzamento dell’aliquota al 23% rispetto all’attuale 15% (o 5% per le nuove iniziative economiche). L’allarme era stato innescato da una frase nell’audizione del direttore generale delle Finanze, Fabrizia Lapecorella, sulla possibilità di «far convergere le aliquote proporzionali applicabili alle diverse fonti di reddito alla prima aliquota dell’Irpef (del 23%, Ndr)». Ma si trattava, appunto, di un’ipotesi «nell’ambito di un dibattito teorico» sulle prospettive di riforma.

Un elemento molto concreto, invece, è il boom delle imposte sostitutive. Una miriade di regimi che vanno dalla tassa fissa di 100 euro per i cercatori di tartufi fino alla cedolare del 10% sui premi di produttività, passando per la trattenuta del 12,5% sugli interessi dei titoli di Stato. E che nel 2020 hanno fatto registrare il record di entrate.

Gli introiti 2020

Il record è stato raggiunto grazie ai 2,6 miliardi dell’imposta sui redditi di capitale e le plusvalenze e agli 1,3 miliardi della sostitutiva sull’attivo dei fondi pensione: due voci che – come si legge nel Bollettino delle entrate tributarie – rispecchiano «la performance molto positiva dei mercati nel corso del 2019» e i rendimenti positivi delle diverse «forme pensionistiche complementari». Ma sul totale pesa anche la progressiva crescita delle due sostitutive più popolari di questi anni:

1 la cedolare secca sugli affitti abitativi, che nel 2020 ha superato i 3 miliardi di gettito (+4,6% su base annua) e che era stata scelta da 2,4 milioni di contribuenti già nelle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2019 (le ultime ad oggi rilevate dalle Statistiche fiscali);

2 la flat tax degli autonomi, che secondo gli ultimi dati porta nelle casse pubbliche 1,5 miliardi all’anno, anche se questo importo è largamente sottostimato perché non considera le ultime adesioni al regime forfettario. I contribuenti che lo utilizzano ormai sono più di 1,5 milioni e solo nel 2020 il forfait è stato prescelto da 215.500 nuovi titolari di partita Iva.

Riordino oltre le aliquote

Di fronte a questi numeri, i sostenitori della tassazione progressiva si chiedono sempre quanto lo Stato potrebbe incassare in più se – anziché un’aliquota flat – applicasse il prelievo Irpef marginale (ad esempio al 27 o 38%). Ma la strada politica per un ritorno secco all’Irpef pare tutta in salita in questo momento. Il discorso, comunque, è più complesso anche dal punto di vista economico. Prima di tutto, perché non è scontato che la base imponibile rimarrebbe identica applicando l’Irpef: anzi, alcune sostitutive come la cedolare secca nascono con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’evasione. Inoltre, ragionare solo sulle aliquote può essere fuorviante, perché le sostitutive non consentono di dedurre i costi (come la cedolare) o li determinano in modo forfettario secondo una percentuale prestabilita (come la flat tax). E questo – come rileva la Corte dei conti – è un elemento da non trascurare quando si analizzano questi meccanismi.

Insomma: un ripensamento – se lo si vorrà attuare – non dovrebbe fermarsi alle aliquote. Nono solo per evitare bracci di ferro politici. Ma anche per assecondare il diffuso desiderio dei contribuenti di una tassazione sugli introiti “effettivi”, molto sentito in tempi di crisi. Va in questa direzione, ad esempio, la possibilità di non tassare i canoni non percepiti dal 2020 dopo l’ingiunzione di pagamento, introdotta con la conversione del Dl Sostegni. Un piccolo passo avanti, in attesa di una riforma più generale.

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