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Fitch e Moody’s piegano Wall Street

Wall Street, dopo aver diretto buona parte dei contributi elettorali allo sconfitto Mitt Romney, non ha perso tempo a mostrare preoccupazione per la riconferma di Barack Obama alla Casa Bianca. Gli investitori hanno spinto gli indici di Borsa in calo del 2% fin dalle prime ore di contrattazioni, ostaggio di delusioni immediate per settori quali l’energia e l’alta finanza, che più contavano su nuove deregulation ispirate da successi repubblicani. E di preoccupazioni per il prossimo futuro sulla capacità di Obama e del Congresso di trovare compromessi sul «fiscal cliff», il precipizio fiscale fatto di automatici aumenti delle tasse e tagli di spesa che dal gennaio dell’anno prossimo minacciano di far tornare l’America in recessione. Mancati accordi metterebbero anche in grave pericolo il rating sul debito degli Stati Uniti.
Il Dow ha terminato con una ritirata del 2,36%, oltre 300 punti, la peggior flessione da un anno. Anche il Nasdaq è caduto del 2,48 per cento. Il Dow ha chiuso sotto la soglia psicologica dei 13.000 punti, a 12.932, e lo S&P 500 sotto 1.400, a 1.394. Sulla borsa merci, altro sintomo di tensione, il prezzo del greggio è arretrato del 4,6 per cento. Mentre sulla piazza obbligazionaria sono stati premiati i titoli del Tesoro statunitense grazie tuttora alla loro qualità di bene rifugio, con i rendimenti dei decennali all’1,64 per cento.
«C’è paura di impasse e confusione», ha detto James Dunigan di Pnc Wealth Management, indicando che i timori hanno travolto l’impatto positivo del superamento dell’incertezza elettorale. Una confusione in America che si affiancherebbe alle difficoltà economiche ancora evidenti in Europa. Tra i titoli dei comparti nel mirino, un colosso bancario quale JP Morgan ha perso il 5,6%, Citigroup il 6,3% e Bank of America oltre il 7 per cento. Il gigante petrolifero Exxon Mobil ha ceduto il 3,1 per cento.
I dubbi degli investitori sono stati moltiplicati da nuovi allarmi lanciati da due delle tre grandi agenzie di rating. Fitch, che mantiene un giudizio massimo di tripla A sugli Stati Uniti, ha minacciato un declassamento in assenza di rapide mosse di Obama per garantire soluzioni sul fiscal cliff e l’innalzamento del tetto dell’indebitamento. Ha precisato che se scatteranno le misure automatiche una recessione diventerà inevitabile e la disoccupazione salirà oltre il 10 per cento. Mentre risparmi e nuove entrate non sarebbero comunque sufficienti a disinnescare la mina della spesa pubblica. Moody’s, da parte sua, ha fatto sapere che si asterrà da interventi negative sul rating americano fino al completamento del processo di budget per il 2013.
La reazione iniziale potrebbe però essere prematura. Ieri sera, a mercati chiusi, è arrivata la notizia che i leader repubblicani, a cominciare dallo speaker della Camera John Boehner, potrebbero essere disponibili ad accordi che prevedano sia aumenti delle entrate, quindi delle imposte, che riforme delle grandi voci di spesa, quali i programmi federali pensionistici e sanitari per gli anziani. Se a simili segnali seguiranno dimostrazioni di seri negoziati, la Borsa potrebbe essere incoraggiata.
Altri nodi restano tuttavia da sciogliere: Wall Stret sarà attenta alle ricette economiche sotto una seconda amministrazione Obama, in presenza di una ripresa che rimane debole e daRà filo da torcere ai bilanci delle imprese. E, forse soprattutto, alle scelte nell’applicazione delle nuove regole per la finanza, le normative della legge Dodd-Frank finora ancora in maggioranza disattese. In gioco, in particolare, è entro fine anno la decisione sulla forma definitiva che prenderà la Volcker rule, destinata a combattere le scommesse troppo aggressive delle banche. L’elezione al Senato di un candidato democratico come Elizabeth Warren, grande censore di Wall Street e ispiratrice della nuova agenzia federale per la protezione dei diritti finanziari dei consumatori, è a sua volta seguita con nervosismo.

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