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Il fisco Usa premia le imprese

Le celebrazioni non hanno aspettato la firma: Donald Trump e i repubblicani, archiviati ultimi voti e manovre al Congresso, hanno festeggiato nel pomeriggio alla Casa Bianca il varo d’una storica riforma delle tasse, che arriverà sotto la penna presidenziale nelle prossime ore. Storica perché è una rivoluzione del regime fiscale inedita in trent’anni. Perché taglia strutturalmente anzitutto le imposte aziendali, abbattendo le aliquote al 21% dal 35%, varando basse una tantum sul rimpatrio dei profitti e sposando in futuro un sistema territoriale di tassazione che allinei il Paese al resto del mondo. E perché è il primo successo legislativo.
Le sfide, però, continueranno. La riforma decolla impopolare sul fronte interno: il 26% degli americani la sostiene mentre il 55% la boccia, ritenendo che possa danneggiarli e che favorisca troppo, oltre alle aziende, i più abbienti. E nasce tra nervosismo internazionale, con i partner che temono insinui dottrine di America First e forme di “border tax”, quali la Beat concepita per colpire pagamenti inter-company tra controllate e case madri su lati opposti dei confini. A questo proposito il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha ribadito che le nuove misure fiscali americane non siano discriminatorie nei confronti delle imprese europee e non violino le regole della Wto.
L’ambiziosa scommessa repubblicana è che il consenso arrivi: contano che gli sgravi alle imprese spingano investimenti e crescita, con un Pil al 2,9 per cento. E incoraggino aumenti di assunzioni e stipendi. Che facciano dimenticare lo spettro della “stagnazione secolare”. Una scommessa men che sicura: anche trascurando l’opposizione democratica che denuncia un «furto» perpetrato con riedizioni di screditate teorie di trickle-down economics (la cascata di vantaggi dai ricchi ai deboli) molti analisti prevedono, semmai, modesti stimoli all’espansione. In passato incentivi al rimpatrio di utili hanno foraggiato operazioni finanziarie, non produttive: premi ad azionisti (buyback o dividendi) e fusioni con perdita di occupazione. E il rischio è che i deficit esplodano oltre i prescritti 1.500 miliardi in dieci anni inducendo a drastici tagli nel fragile welfare. Già eliminato è l’obbligo di polizza sanitaria di Obamacare, minacciando rincari e 13 milioni di non assicurati.
Nodo cruciale da superare è l’accusa di essere “regressiva” ai danni dei ceti medi. Perché questa è l’America dimenticata e arrabbiata di cui Trump promise di farsi paladino e che tornerà alle urne per rinnovare il Congresso nel novembre 2018. Se le riduzioni delle imposte aziendali sono permanenti – compresi sconti del 20% sul reddito tassabile di società pass-through quali partnership e gruppi immobiliari – quelle delle aliquote per famiglie e individui sono temporanee, in scadenza nel 2025, per far quadrare i conti. Di simili sgravi, stima il Joint Committee on Taxation del Parlamento, il 23% (61 miliardi) finirà l’anno prossimo a redditi medi tra20 e 100mila dollari, metà dei contribuenti.
Fasce che vedranno aumentare le imposte fra dieci anni, al contrario dei più abbienti. Il Tax Policy Center ha calcolato miglioramenti medi del 2,2% nel reddito al netto di tasse nel 2018, lo 0,4% sotto i 25.000 dollari, l’1,6% fino a 86.000 dollari e tra il 4,1% e il 3,6% sopra queste soglie. In cifre: rispetto ai 60 dollari dei più poveri, lo 0,1% più abbiente riceverà quasi 200.000 dollari e oltre il 50% dei benefit sarà appannaggio del 10% al top. Nel 2027, a sgravi scaduti, l’aumento totale nel reddito disponibile sarà dello 0,2% ma trainato dallo 0,9% per l’1% più ricco.

Marco Valsania

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