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«Fisco Ue, ambiguità nel mirino»

C’era un tempo in cui tassare le imprese era facile, anche perché le imposte dipendevano dalla produzione o dalla vendita. Oggi non è più così. I luoghi di imposizione sono meno chiari; la mobilità delle persone e dei beni, il ruolo di Internet hanno appannato il legame tra tassa e contribuente. In questa intervista il commissario al Fisco Algirdas Semeta, 50 anni, spiega come la Commissione intende affrontare la questione. Proprio oggi l’esecutivo comunitario presenterà un pacchetto di raccomandazioni per lottare contro i paradisi fiscali e soprattutto l’aggressiva pianificazione fiscale delle società.
In una recente audizione dinanzi alla Camera dei Comuni tre società americane – Starbucks, Google e Amazon – sono state accusate di sfuggire al fisco britannico, dichiarando gli utili generati nel Regno Unito in altri Paesi (Stati Uniti, Olanda, Irlanda o Lussemburgo). Anche in Italia Google è criticata. È un fenomeno nuovo. Come lo spiega?
La crisi economica sta rendendo questa situazione molto più evidente di prima. Le multinazionali utilizzano le varie opportunità e scappatoie a loro disposizione, approfittando delle differenze tributarie tra i Paesi. Non è un problema legale, è un problema morale. Dobbiamo cercare di fare in modo che le multinazionali paghino le tasse sulla base delle loro reali attività, tanto più che i Paesi sono alle prese con un elevato indebitamento e devono risanare i propri conti pubblici. Chiudere un occhio davanti a situazioni ambigue non è più possibile.
La Commissione ha messo a punto una serie di raccomandazioni contro l’aggressiva pianificazione fiscale delle società internazionali.
Molti grandi gruppi spostano artificialmente il carico fiscale da un Paese all’altro pur di pagare meno imposte. L’Unione si è dotata ormai 15 anni fa di un codice di condotta sull’imposizione dei profitti societari. Sulla base di una serie di criteri, il codice serve a capire se le pratiche utilizzate sono dannose o meno. In questi anni sono state analizzate 400 situazioni dubbiose, e 100 sono state considerate dannose, e quindi eliminate dagli Stati membri.
Queste regole però non bastano evidentemente.
Prima di tutto esortiamo i Paesi membri a utilizzare pienamente gli strumenti a loro disposizione, sullo scambio delle informazioni e la cooperazione amministrativa. Vogliamo anche creare un approccio comune ai paradisi fiscali, con una definizione più chiara. Dobbiamo poi cercare di applicare il codice di condotta meglio, anche a Paesi che non appartengono all’Unione, ma con i quali abbiamo stretti rapporti, come la Svizzera o il Liechtenstein. Abbiamo già aperto un dialogo con la Confederazione, sia a livello federale che a livello cantonale su questo aspetto.
Proponete anche l’abolizione delle convenzioni sulla doppia tassazione con i paradisi fiscali, in modo da disincentivare le triangolazioni delle multinazionali nel tentativo di sfuggire al fisco in Europa. Lei parlava della Svizzera o del Liechtenstein. Ma non crede che nell’Unione ci sia anche un problema irlandese o lussemburghese?
Il mio compito è trovare un giusto equilibrio tra il rispetto delle sovranità nazionali e le garanzie a favore di una corretta concorrenza. Ecco perché sto presentando una serie di raccomandazioni, associate a un organismo che permetta di monitorare l’applicazione di queste raccomandazioni una volta che verranno approvate dagli Stati membri.
I 27 non mancano mai di esortare la Commissione a presentare opzioni concrete a favore di un’armonizzazione fiscale nell’Unione. Crede che la crisi possa indurre i Paesi che finora sono stati contrari a cambiare posizione? È ironico che la Gran Bretagna protesti contro i modi in cui le multinazionali sfuggono alle tasse inglesi.
Ho presentato al Consiglio un progetto di direttiva che introduce una base imponibile consolidata comune per le società (nota con l’acronimo inglese CCCTB). Per ora, i ministri non lo hanno accolto. Spero che la Gran Bretagna possa cambiare posizione su questo aspetto. Una qualche apertura inglese è possibile. A proposito di un altro progetto di direttiva, quello sulla tassazione del risparmio, Londra ha esortato i due Paesi finora contrari – Austria e Lussemburgo – a rivedere le proprie posizioni. Vedo segnali positivi.
Ma l’armonizzazione fiscale è un obiettivo possibile, secondo lei?
Mi è difficile dire quanto lontano si possa andare verso l’armonizzazione fiscale. L’approccio è molto graduale. Sarebbe bene se potessimo spingerci in questa direzione con i 17 Paesi della zona euro e permettere agli altri Stati dell’Unione di aggregarsi, se lo volessero. Purtroppo i Trattati non ci permettono questo tipo di approccio.
Alcune domande sulla lotta all’evasione fiscale in Italia. Che giudizio dà del lavoro del Governo Monti su questo fronte?
Il Governo ha riconosciuto che c’è un problema di evasione fiscale. Secondo vari studi, l’economia in nero rappresenta un quinto dell’economia. L’Italia è sopra la media europea. Il Governo ha adottato molte misure che vanno nella giusta direzione, a cominciare dai limiti ai pagamenti in contanti. Sono misure che stanno avendo successo: nel 2011 le autorità italiane sono riuscite a ricavare dall’economia in nero 12 miliardi di euro di gettito evaso.
Tutto bene quindi?
Noto che il Governo ha preparato altri provvedimenti che però ancora non sono stati approvati dal Parlamento. Peraltro, l’importante in questo frangente è l’applicazione. In generale, sono dell’opinione che l’Italia si sta muovendo nella giusta direzione, ma che ancora molto resta da fare per affrontare pienamente il problema.

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