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Fisco, stop al segreto bancario Patto di Berlino contro l’evasione

Segreto bancario? No, grazie. L’epoca dei conti riservati all’estero sembra avviarsi al tramonto grazie all’accordo per lo scambio automatico di informazioni fiscali, firmato ieri a Berlino da cinquantuno Paesi, che renderà la vita difficile, dal 2017, a chi nasconde il proprio denaro in qualche «paradiso» vicino o lontano. «Abbiamo lanciato un segnale di trasparenza ed equità nel mondo globalizzato. L’evasione delle tasse non pagherà più», ha detto il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble a conclusione della conferenza che ha riunito un centinaio di delegazioni provenienti da tutto il mondo. «Si tratta di un esempio di riforma strutturale internazionale cioè di un cambiamento di regole che produce benefici per tutti», è stato il commento del ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan. «Evadere le tasse non solo è illegale ma è immorale», ha ricordato il cancelliere dello Scacchiere britannico John Osborne.
Agli early adopters che hanno sottoscritto lo standard raggiunto dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, se ne aggiungeranno infatti ben presto altri (attualmente si parla di trentaquattro) come ad esempio anche la Svizzera. Fanno già parte dell’elenco dei firmatari, comunque, Paesi come il Liechtenstein, le isole Vergini e le isole Cayman che attirano capitali in cambio di tassazioni ridotte. Rimane il problema degli Stati Uniti, che hanno avviato il processo con la normativa Facta ma sono rimasti fuori a causa dei problemi legati alla piena reciprocità dello scambio di dati. Nella conferenza stampa finale Schäuble, Padoan e Osborne sono stati affiancati dal francese Michel Sapin e dallo spagnolo Luis de Guindos, perché sono state proprio queste cinque nazioni a portare avanti l’iniziativa maturata a Dublino del 2011. «Tre anni fa nessuno avrebbe immaginato che saremmo arrivati così rapidamente ad una conclusione positiva», ha detto il ministro tedesco.
A Roma si valuta con grande interesse quello che Padoan ha definito «un evento estremamente importante», ricordando tra l’altro il lavoro che la nostra presidenza dell’Ue ha compiuto per incorporare lo standard dell’Osce nella legislazione europea. Il governo ritiene che l’accordo sarà «una fonte di reddito per il Paese» e prevede un forte influsso sul rientro di capitali. «Stiamo completando il lavoro parlamentare per la voluntary disclosure e questo impegno – ha aggiunto – è rafforzato dall’impatto delle decisioni prese a Berlino». Tutto questo si inquadra in uno scenario in cui l’Italia non è certo un cattivo esempio nella lotta all’evasione fiscale ma, anzi, «sta diventando nota per il suo sforzo in questo campo».
La «Tax Conference» berlinese è stata anche l’occasione per proseguire la discussione sul piano d’azione Beps (Base erosion and profit shifting), cui il G20 ha dato un primo via libera, riguardante le multinazionali (come Apple, Amazon e Google) che spostano artificiosamente gli utili dove il prelievo fiscale è minore. «Quello di oggi è il primo pilastro, mentre ora è necessario ridurre l’ottimizzazione delle tasse da parte delle compagnie», ha detto Sapin. «Bisogna fare in modo – ha osservato Schäuble – che le grandi industrie paghino di più del panettiere che ha il negozio dietro l’angolo». Sarà questa, forse, una battaglia ancora più difficile.

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