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Fisco & spese. Mini guadagni per chi investe

Un taglio dei guadagni compreso tra il 30 e il 36%. Per colpa del Fisco più vorace e di commissioni bancarie non adeguate agli attuali rendimenti di mercato.
CorrierEconomia ha provato a fare i conti in tasca al progetto (per ora molto vagamente definito) di rimodulazione delle aliquote sulle rendite finanziarie. Gli elementi noti — ma incerti perché non esiste un provvedimento scritto — sono pochi: si sa che il governo vorrebbe alzare dal 20 al 26% il prelievo sulle rendite finanziarie, escludendo (come già fece il governo Monti) i titoli di Stato, che resterebbero al 12,5%. L’aliquota per i privati con titoli di Stato e buoni fruttiferi postali risulterebbe quindi pari a meno della metà di quella che graverà su chi possiede tutti gli altri investimenti finanziari, compresi i conti di deposito, che proprio grazie alla penultima riforma (che ha portato dal 12,5% al 20% azioni, bond e così via) avevano ottenuto un plus sulla concorrenza, scendendo dal 27% al 20%.
Numeri
Nella tabella al centro della pagina la simulazione mette a confronto investimenti in azioni italiane, Btp a tre anni e conto di deposito vincolato. Con tre diverse taglie patrimoniali (diecimila, cinquantamila e centomila euro) e tre diversi rendimenti. L’ipotetico risparmiatore compra il 30 aprile 2014 (mentre Matteo Renzi vorrebbe far partire tutte le riforme annunciate qualche giorno fa il primo maggio) e disinveste il 30 di aprile del 2015, esattamente un anno dopo. In questo modo ad azioni e Btp si applica la nuova tassazione sia sulle cedole che sui dividendi che su possibili capital gain derivanti da rivalutazioni di prezzo accumulate nei 12 mesi.
Qual è il risultato? Come detto all’inizio, si può dire che il peso del Fisco e delle spese bancarie può portarsi via fino al 36% dei guadagni lordi. Con un aggravio rispetto al regime attuale che va dai 12 euro sopportati dal titolare del conto di deposito vincolato più povero (10 mila euro) fino ai 300 euro che dovrebbe sborsare il titolare del pacchetto azionario da 100 mila euro. A cui tocca una extra tassa quasi doppia rispetto al collega che investe la stessa cifra in un deposito vincolato, rischiando molto meno e accontentandosi di un rendimento lordo pari solo al 2% contro il 5% immaginato (tra dividendi e capital gain) per chi avesse investito in titoli azionari quotati in Piazza Affari.
Rendimenti più magri per tutti, quindi. In un momento storico in cui gli interessi, nonostante le attese di ripresa, restano molto bassi. Soprattutto per le attività brevi e prive di rischio (o quasi). Prendiamo l’ultima asta dei Bot annuali: il rendimento lordo è stato pari allo 0,595%. Applicando le massime commissioni bancarie (30 centesimi), l’aliquota del 12,5% e la mini-patrimoniale (0,2%) nelle tasche del risparmiatore privato che investito mille euro rimarrebbero esattamente 18 centesimi. Ma il conto non considera l’inflazione: al netto dell’aumento del costo della vita (0,8% l’ultimo dato italiano) anche il nichelino da venti centesimi si volatilizza e il Bot people finisce sul pianeta dei rendimenti negativi dove, da tempo, vivono gli investitori a caccia di massima sicurezza che comprano bund tedeschi e Treasury americani. Ma anche allungandosi fino a tre anni e restando nel recinto dei titoli di Stato, dove le tasse resterebbero anche dopo al 12,5%, il rendimento lordo è ormai molto compresso: l’ultima asta del Btp a tre anni ha segnato un minimo dell’ 1,12%. Anche in questo caso — dopo aver pagato le tasse più basse del sistema, la patrimoniale e le spese bancarie — al privato resta un risicato 0,28%, che nulla può per arginare la pur freddissima inflazione (0,8%).
Trend
Per guadagnare, insomma, con i titoli di Stato bisogna spostarsi su scadenze almeno quinquennali, prendendosi rischi diversi e più elevati rispetto a quelli che si corrono restando sotto i tre anni. Se invece si sceglie la strada delle azioni, dei corporate bond o di altri strumenti sulla bilancia del rischio e del rendimento bisognerà mettere anche il Fisco ingrassato di 6 punti. Un peso non da poco, che, a quanto pare, azzopperà di nuovo anche i conti di deposito. In questo caso le spese bancarie non ci sono ma con 10 mila euro e il 2% lordo annuo si scivola (al netto di aliquota al 26% e patrimoniale) all’1,28%. Parando il colpo dell’attuale inflazione (0,8%) in tasca resta solo lo 0,4%.

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