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Fisco, rispunta la sanatoria per il contante che emerge

Un recupero record dell’evasione fiscale da 23 miliardi quest’anno. Mai così alto, nella storia d’Italia. E ben 4 miliardi in più sul 2016, quando l’asticella si fermò a 19 miliardi. L’annuncio arriva dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, ospite di un convegno a Milano accanto al direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, e al procuratore capo Francesco Greco. Ridimensionato però a «oltre 20 miliardi » appena quattro ore dopo, nel pomeriggio, sulla sua pagina Facebook. Dove diventa solo una «stima» per il 2017, da risultato dato per acquisito.
«Siamo passati dagli 11 miliardi del 2014 ai 23 miliardi di quest’anno», dice Boschi a Milano. In realtà nel 2014 furono 14,2 miliardi. Ma il sottosegretario rivendica «il lavoro iniziato durante i Millegiorni» del governo Renzi. Esalta la collaborazione con Guardia di Finanza e procure, le modifiche normative introdotte in questi anni, gli accordi con paesi privi di reciprocità con l’Italia, come Vaticano, Svizzera e Liechtenstein. Ma forse pecca d’ottimismo, a tre mesi abbondanti dalla fine dell’anno. E in grosso anticipo rispetto alla tradizionale comunicazione a consuntivo che il direttore dell’Agenzia fa al Parlamento: tra marzo e aprile dell’anno successivo a quello di riferimento.
Fatto sta che tra decreto fiscale e legge di Bilancio varati alla fine del 2016 e manovrina di correzione approvata in giugno, le nuove misure antievasione introdotte dal governo Gentiloni valgono 7,3 miliardi. Il menù varia dalla rottamazione delle cartelle al contrasto all’evasione dell’Iva. Dalla voluntary bis — la regolarizzazione di capitali volati all’estero senza pagare le tasse — allo split payment, il meccanismo che impone la liquidazione dell’Iva in capo al committente e non a chi emette fattura, per ora obbligatorio solo tra privati e pubblica amministrazione. Per finire con l’ultima nata: la rottamazione delle liti fiscali.
Un parterre di provvedimenti — tra condoni e una tantum — finito nel mirino dei critici già lo scorso anno. Quando la prima versione della voluntary contribuì con 4 miliardi al record dei 19 miliardi, pur non essendo certo frutto di un’azione mirata di controllo e accertamento. Quanto piuttosto un’autodenuncia del possesso di capitali illeciti. L’allora direttore dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, si difese raccontando la mole di lavoro di centinaia di funzionari dietro la buona riuscita dell’operazione.
E ora ci risiamo. Il governo potrebbe ricadere di nuovo nel vortice delle polemiche. Palazzo Chigi cerca almeno 5 miliardi per coprire la manovra 2018. E pensa non solo di ripetere la rottamazione delle cartelle (si pagano multe e tasse evase con uno sconto su sanzioni e interessi), per ricavarne una cifra vicina a 1,5 miliardi, includendo i ruoli del 2017. Ma anche di ripescare la voluntary del contante, introdotta in Finanziaria giusto un anno fa, bollata come norma Salva-Corona e poi stralciata. Fu proprio lo stesso procuratore Greco a paventare il rischio di ripulire così soldi frutto di riciclaggio. E stipati più che nel controsoffitto — come nel caso del fotografo dei vip e dei suoi quasi 2 milioni — nelle cassette di sicurezza e casseforti. Allora si parlava di un’imposta forfettaria del 35%. Ora cifre non se ne fanno. Ma trapela la possibilità che, oltre alla tassa fissa, chi fa emergere banconote dal nero debba investirne una parte in titoli di Stato. «I contanti chiusi nelle cassette in Italia e all’estero sono circa 150 miliardi, gran parte frutto di reati», avvertiva Greco.
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