Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Fisco, rendite finanziarie al 23% Meno Irpef per sette milioni

Giù l’Irpef per i sette milioni di contribuenti che popolano la terza fascia di reddito. E aliquota delle rendite finanziarie allineata alla prima aliquota Irpef, che oggi è al 23% cioè tre punti sotto a quello che il fisco attuale chiede ai capital gain.

Sono due delle proposte chiave che hanno trovato spazio nella prima bozza di proposta parlamentare sulla riforma fiscale. Il testo entra ora nella fase del confronto finale fra i partiti, in vista della riunione decisiva delle commissioni Finanze di Camera e Senato che dovrebbe licenziare il 30 giugno il documento definitivo. Su quella base, secondo il calendario scritto nel Pnrr, il governo dovrà costruire la legge delega entro la fine di luglio.

La bozza, 21 pagine articolate in tre grandi capitoli, fa tesoro del lungo lavoro di approfondimento avviato a gennaio con le audizioni degli esperti che hanno messo sotto esame i tanti difetti del nostro fisco. E, soprattutto, imbarca i temi sui quali i primi confronti politici hanno aperto spazi a possibili intese. Anche se non mancano i punti di frizione su cui la quadratura politica è tutta da trovare.

Fra i primi spicca «l’abbassamento dell’aliquota media effettiva dell’Irpef con particolare riferimento ai contribuenti nella fascia di reddito 28mila-55mila euro». Si tratta, appunto, dello scaglione Irpef in cui si concentra il ceto medio schiacciato dalla lunga stagnazione italiana. E dal picco di progressività alimentato dall’incrocio fra il salto d’aliquota e i décalage che guidano detrazioni e bonus. La riforma, come chiesto in modo quasi corale anche dai tecnici e dagli analisti ascoltati dal Parlamento, punta ad addolcire la curva delle aliquote effettive riducendo lo scalone che gonfiando le richieste fiscali a carico dei sette milioni di contribuenti direttamente interessati determina un disincentivo potente alla creazione di reddito ulteriore e alla produttività. Sulle modalità per raggiungere l’obiettivo la maggioranza dei partiti guarda a una semplificazione dell’architettura prodotta da aliquote legali e detrazioni per tipologia di reddito, che dovrebbe portare a un sistema con meno scaglioni rispetto ai cinque attuali (per esempio a tre). Ma a sinistra non viene abbandonata l’idea della progressività continua secondo il modello tedesco, che nella bozza ora al centro del confronto fra le forze politiche viene annoverata come ipotesi «in subordine». Nella nuova Irpef non ci dovrebbe più essere spazio per le addizionali regionali e comunali, che verrebbero trasformate in sovraimposte.

Ma il riordino dell’orizzonte caotico oggi offerto dal sistema fiscale italiano non sarebbe limitato all’Irpef. L’idea è quella di ricostruire un sistema duale più lineare. E un passaggio cruciale in questa direzione arriverebbe dall’aggancio al primo scaglione Irpef dell’aliquota sulle rendite finanziarie, che oggi viaggia su un isolato 26 per cento. In questa chiave, sotto l’ombrello dei «redditi finanziari» sarebbero riunificati «redditi da capitale» e «redditi diversi», oggi al centro di una distinzione che non ha equivalenti internazionali e che disincentiva gli investimenti. Da questa manovra sarebbero esclusi i titoli di Stato, che oggi pagano un’aliquota agevolata del 12,5%, e la previdenza complementare, su cui sono richiesti interventi su misura.

Dalla proposta in costruzione al Parlamento si prospettano poi due novità fondamentali per il mondo delle imprese. La prima, anticipata sul Sole 24 Ore dell’11 giugno, è rappresentata dall’addio dell’Irap per inglobarla nell’Ires, dal momento che è giudicato incompatibile con una riforma «nel nome della crescita» il mantenimento di un’imposta che tassa i fattori produttivi. Sull’Ires, poi, le commissioni chiedono di introdurre il cosiddetto carry back che prevede la deducibilità delle perdite maturate in un determinato esercizio non solo da quelli successivi ma anche dall’esercizio immediatamente precedente.

Sul terreno del lavoro autonomo resta da sciogliere il nodo forfait e Flat Tax, che piacciono a destra ma trovano ostile la sinistra. Ma due importanti novità sono in cantiere: il rilancio dell’Imposta sul reddito dell’imprenditore (Iri) al 24%, da introdurre come opzione a patto che l’utile sia reinvestito in azienda, e, sempre in chiave opzionale, il superamento del calendario in due rate per gli acconti fiscali in favore di una rateizzazione mensile. In base ai confronti informali portati avanti con l’Istat, la mossa, che peraltro porterebbe all’eliminazione o alla sostanziale riduzione della ritenuta d’acconto, non peserebbe in termini di indebitamento netto.

Nelle intenzioni delle Camere l’elenco degli interventi si inquadrerebbe in un nuovo Patto fiscale tra Stato e cittadini; un Patto sostenuto anche da premialità per i contribuenti fedeli al Fisco e da un pacchetto di semplificazioni che comprende anche il pensionamento di un elenco di microimposte come il Superbollo, la tassa di laurea o la tassa di abilitazione all’esercizio delle professioni.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

La Bce si libera le mani per tenere i tassi ai minimi ancora a lungo, nella sfida decennale per cen...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Vivendi fa un passo indietro in Mediaset, e Fininvest uno in avanti nel capitale di Cologno monzese...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La riforma fiscale partirà con il taglio del cuneo, cioè la differenza tra il costo del lavoro e ...

Oggi sulla stampa