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Fisco regionale da record: +50% in dieci anni

Doveva razionalizzare la spesa pubblica e renderla più efficiente perché vicina al cittadino, ma ha finito per far proliferare strutture amministrative, costi e di conseguenza tasse per finanziarli. I risultati del federalismo all’italiana, e del suo antenato rappresentato dal decentramento, sono nei numeri. Per rendersene conto basta un po’ di storia recente, cadenzata da alcune date chiave. Nel 2001, per esempio, lo slancio federalista pre-elettorale del centro-sinistra allora al Governo riforma il titolo V della Costituzione ampliando competenze e rango delle Regioni. Dal 2001 a oggi i tributi propri delle Regioni (Irap e addizionale Irpef in primis) sono aumentati del 38%, e in riferimento al 2012 si può stimare un aumento intorno al 50%: la sola addizionale Irpef è passata dai 5,8 miliardi del 2008 ai 9,7 incassati nel 2011, e nei decreti attuativi del federalismo approvati l’anno scorso è prevista la possibilità che raddoppi rispetto ai livelli attuali. Nello stesso tempo, però, le richieste dello Stato centrale si sono ben guardate dal diminuire: tra 2001 e 2010, anzi, i tributi erariali sono cresciuti secondo la Ragioneria generale del 31,6%, e nemmeno in questo caso si possono attendere buone notizie quando sarà disponibile il consuntivo 2012. Intanto i trasferimenti sono andati a onde, prima di entrare nella stretta attuale della spending review. Da questo punto di vista, il federalismo che ha dominato il dibattito politico degli anni 2000 non si è comportato diversamente dal decentramento che si è sviluppato negli ultimi trent’anni del secolo scorso. Anche qui, sono i numeri a venire in soccorso: tralasciando i primi 20-25 anni di vita, quando le Regioni avevano tutto sommato un ruolo marginale e ancorato ai trasferimenti statali (i tributi propri nel 1990 valgono ancora meno di un punto di Pil), il protagonismo regionale in campo fiscale arriva nel 1997 con l’istituzione di Irap e addizionale Irpef. Risultato: nel 1998 i tributi propri regionali sono balzati a quota 43 miliardi di euro, poco meno di 4 punti di Pil dell’anno, e da allora sono cresciuti costantemente fino ai 77-78 miliardi registrati nel 2009-2010 (5 punti di Pil). Al conto va poi aggiunta la ricca compartecipazione all’Iva, introdotta nel 2000 (con il Dlgs 56) per finanziare la sanità, vale a dire la voce di gran lunga più pesante nella contabilità regionale. Fedele alla parola d’ordine del gigantismo, la compartecipazione nel giro di 12 anni è raddoppiata, passando dal 25,7% delle origini al 50% abbondante dell’ultimo patto per la salute. Negli incassi del 2011 vale 57,5 miliardi, per cui il peso reale del Fisco che finanzia le Regioni arriva a superare il 9% del Pil. Anche in questo caso, il crescente protagonismo regionale non è riuscito a frenare il fisco statale al punto che, dopo una lieve flessione fra 2000 e 2005 dovuta più alla crescita del prodotto interno che a diminuzioni di tasse, la pressione fiscale ha già superato quest’anno il picco del 1997 (anno dell’Eurotassa. Dal 27% registrato nel 1970 (anno di nascita delle Regioni) si è ora arrivati al 44,7%.
Ovvio, le Regioni sono in buona compagnia sul banco degli imputati per questo sinistro primato italiano. Ma il loro ruolo, come ha sintetizzato pochi giorni fa il ministro Pietro Giarda con una battuta efficace riferita alle uscite delle amministrazioni territoriali nel loro complesso, è accresciuto dal fatto che «è facile e divertente spendere soldi che non si guadagnano…». L’origine del problema, infatti, è nella spesa, spinta da una moltiplicazione di apparati, personali e centri di costo. La prova? Anche questa volta è nei numeri: dal 2002 a oggi il pacchetto di competenze non è cambiato, ma la spesa complessiva delle Regioni è aumentata del 23%: a correre, come ha appena certificato la Ragioneria generale, sono state soprattutto le spese di funzionamento, proprio quelle messe ora nel mirino dalla spending review.

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