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Fisco più leggero per le imprese

Per anni le imprese italiane hanno affrontato i mercati globali pagando, in proporzione, più tasse delle loro concorrenti estere. Nel 2007 la Germania ha tagliato la pressione fiscale sui produttori di nove punti, sotto i livelli italiani, compensando con tasse più alte sui consumi. Dal 2016 la Spagna oserà anche di più: farà scattare il secondo stadio di una sforbiciata al fisco sulle imprese, già sceso dal 30% al 28% del reddito quest’anno e destinato a cadere al 25% da gennaio.
La Legge di stabilità parte da queste premesse con un intento più impegnativo persino del taglio delle tasse sulla casa: reagire alla concorrenza internazionale, ormai così pressante che la ripresa dei consumi di questi mesi ha provocato un’impennata dell’import, perché gli italiani trovano più vantaggiosi i prodotti esteri. L’idea di fondo della Legge di stabilità è alleggerire di otto miliardi di euro il carico sull’intero settore produttivo del Paese. Ma soprattutto, di deciderlo subito per legge anche se le nuove aliquote scatteranno solo il primo gennaio 2017. I tecnici di Palazzo Chigi puntano fin da ora a dare alle imprese la certezza della detassazione prevista fra poco più di un anno: la speranza è che ciò stimoli nuovi piani d’investimento da concretizzare poi nel 2017. La timida ripresa italiana ne ha bisogno. Per ora si è nutrita quasi solo di consumi delle famiglie, sospinti dal calo dei tassi d’interesse e del prezzo del petrolio, oltre che in parte dal bonus degli 80 euro. Ma per poter camminare più lontano avrà bisogno anche di investimenti produttivi.
A meno di improbabili cambi di rotta nei prossimi giorni, il progetto è dunque già definito. L’obiettivo è portare la pressione fiscale sulle imprese dall’attuale 31,4% dei redditi al 24%. Un punto sotto la Spagna del 2016, cinque punti e mezzo sotto la Germania, nove punti sotto la Francia. Secondo le stime di Kpmg, una società di consulenza, l’ultima volta che l’Italia aveva ridotto la pressione fiscale sulle imprese (dal 37,2% al 31,4%) a Palazzo Chigi sedeva ancora Romano Prodi e il ministro dell’Economia era Tommaso Padoa-Schioppa: correva l’anno 2007.
Adesso l’operazione viene preparata negli uffici della presidenza del Consiglio e ormai siamo agli ultimi dettagli. Il taglio delle aliquote dovrebbe riguardare sia l’Ires, l’imposta sul reddito delle società, che la componente «profitti» dell’imposta regionale sulle attività produttive. In alternativa, se l’Irap non sarà ritoccata dopo la prima limatura dell’anno scorso, la sforbiciata all’Ires sarà più profonda in modo da centrare comunque l’obiettivo.
Rispetto alla detassazione decisa da Angela Merkel in Germania nel 2007, c’è una differenza: stavolta non saliranno altre tasse per compensare l’ammanco di gettito, né è chiaro che ci sarà un taglio di spesa equivalente. Sembra già superato l’obiettivo di un deficit all’1,1% del Pil nel 2017, stampato nero su bianco nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza dieci giorni fa. Dopo gli sgravi sulle imprese, è probabile infatti che fra due anni il disavanzo sarà piuttosto poco sotto al 2% del Pil.
Si tratterebbe di una nuova deviazione dalla norma europea di un bilancio vicino al pareggio, rimediata sulla carta da un’ennesima «clausola di salvaguardia»: si confermerà che, se il deficit va fuori linea, nel 2017 le imposte sui consumi saliranno per circa otto miliardi. Ma a Palazzo Chigi oggi si dà più importanza all’obiettivo di detassare le imprese, al punto che si lavora anche a un’altra idea: togliere completamente e per la durata di cinque anni sia l’Irap che l’Ires su tutti gli investimenti da zero, «greenfield», i progetti di un sito produttivo a partire da un «prato verde». La misura partirebbe dal 2016 con un costo stimato in 200 milioni sul primo anno, fino a salire progressivamente a un miliardo di euro al quinto anno. L’impatto di bilancio sarebbe dunque limitato, rispetto alla potenziale creazione di nuovi posti di lavoro.
Non è chiaro se si arriverà anche a questa decisione: i saldi di finanza pubblica sono già sotto stress e il deficit previsto nel 2016 potrebbe essere corretto ulteriormente al rialzo al 2,4% del Pil. Ad aprile il governo puntava all’1,8%, solo dieci giorni fa ha indicato un obiettivo rivisto al rialzo al 2,2%.
Presentare a Bruxelles un percorso di finanza pubblica del genere non è una passeggiata. Facendosi precedere da un questionario di 120 domande, in questi giorni i tecnici della Commissione europea sono arrivati a Palazzo Chigi e al ministero dell’Economia. Stanno verificando i progressi del governo sulle riforme, e appaiono spiazzati dalla Legge di stabilità in arrivo. Soprattutto, notano un particolare: la tenuta dell’impianto di finanza pubblica del governo si fonda sulla prospettiva che la ripresa in Italia acceleri proprio mentre la Germania, la Cina e gli altri Paesi emergenti rallentano. Le stime più positive sull’Italia oggi sono credibili. Ma se anche l’Italia fosse raggiunta dal colpo di freddo dell’economia globale, il deficit e il debito si rivelerebbero di colpo molto più fragili.
È un rischio che Matteo Renzi probabilmente conosce. Deve giusto aver ritenuto più grande quello di non far niente.

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